
Dal primo gennaio di quest’anno i residenti dell’autodichiarato “Stato” del Kosovo (in realtà una provincia serba ancestrale predata dalla NATO a Belgrado con la guerra del 1999,spacciata come “repubblica” dagli albanesi ma non riconosciuta dalla gran parte delle nazioni del mondo), potranno far ingresso nell’Unione Europea senza visti sul passaporto.
Un ulteriore gradino nel progressivo inquadramento atlantico e occidentale in ogni angolo dei Balcani di entità statali deboli ed aliene, in questo caso popolata da albanesi skipetari: un “regalo” evidentemente volto a recidere ogni vincolo di amicizia o anche di neutralità, tra Belgrado e Mosca.
Il provvedimento dell’eurocrazia è stato condiviso anche dalla Spagna, Paese dell’UE che non riconosce l’indipendenza del Kosovo Metohija. La scelta “Shengen” dell’Unione europea, peraltro, è stata un passo opportunistico e chiaramente pilotata dagli angloamericani e dai loro satelliti di Bruxelles per stringere ancora di più la morsa attorno a Belgrado, per indurre il governo del presidente Vucic a separare del tutto le sue sorti dalla Russia, pena il dover accettare una definitiva rinuncia a questa loro provincia, una terra dove anche nell’anno appena passato si sono avuti radicali confronti tra le comunità serbe – quelle non andate ad alimentare le comunità di profughi kosovari nella Serbia centrale (250 mila persone) – e i residenti albanesi protetti ancora oggi dalla Kfor (Nato).
Ciò è avvenuto – si badi bene – nei giorni di una “tregua natalizia” (ortodossa) nelle manifestazioni “colorate”, alla Maidan, degli oppositori liberaldemocratici al partito di Vucic, da loro accusato di aver truccato i risultati del voto del 17 dicembre che ha regalato praticamente la maggioranza assoluta alla coalizione di governo. A prescindere dalle denuncie dell’opposizione, che chiedono un rovesciamento dell’attuale potere soprattutto per il suo manifesto clientelismo interno, gli osservatori internazionali, anche occidentali, all’opera durante il voto avevano però documentato la correttezza delle operazioni elettorali.
C’è da ricordare già nel maggio del 2023, l’astensione di massa dei serbi dal voto amministrativo albanese – anche in cittadine con la maggioranza di elettori di etnia serba – aveva dato luogo a violente manifestazioni di protesta per l’elezione più che minoritaria nei governi locali di candidati albanesi. Ed è ormai continuo il confronto tra i Serbi e la stessa Kfor, la forza di cosiddetta interposizione tra serbi e albanesi del Kosovo Metohija: la provincia, repetita juvant, strappata alla Serbia dalle forze terroriste albanesi dell’Uck con il sostegno e le bombe della NATO (1999).
L’allora comandante pro-tempore della Kfor – il generale italiano Angelo Michele Ristuccia – aveva definito “inaccettabili” gli attacchi “non provocati alle unità NATO” e aveva dichiarato che la Kfor avrebbe comunque continuato “a svolgere il suo mandato in modo imparziale” (sic).
Allora, al coro italico di ipocrita deplorazione per gli incidenti a Zvecan, una delle quattro cittadine serbe dove si sono avuti gli incidenti che hanno provocato il ferimento, da lancio di molotov, di 41 militari Kfor, di cui 11 italiani, intonato dai media di regime, avevano ovviamente anche partecipato sia il ministro degli Esteri Tajani che parlava di soldati italiani lì “impegnati per la pace” che il ministro della Difesa Crosetto, che aveva chissà perché invece fatto notare come tra gli altri europei feriti vi fossero stati militari ungheresi e moldavi.
Vale la pena ricordare ancora una volta che l’intervento della NATO contro la Serbia di venticinque anni fa – con la rapina e il sequestro del Kosovo-Metohija, ideato e partecipato dagli angloamericani e dal loro strumento di dominio politico sul nostro continente, l’UE – è esattamente, in apparenza e mutatis mutandis, quanto oggi ipocritamente gli atlantici imputano a Putin e alla Russia nel caso dell’Ucraina.
Con una più che evidente, sostanziale, differenza. La provincia serba del Kosovo è, per il popolo serbo, come l’Ile de France per i francesi o il Colle Capitolino per gli italiani: culla della nazione, teatro di battaglie storiche contro le invasioni (nel caso della Serbia, quelle turche e islamiche: in quanto luogo sacro per l’ortodossia cristiana, con centinaia di chiese e monasteri molti dei quali distrutti dagli albanesi con il beneplacito dell’Occidente). E, nonostante questa indelebile stimmate storica, una terra “donata” dagli Atlantici agli albanesi – i cosiddetti “skipetari” – che in questa terra erano giunti di fatto nell’’800, diventandone maggioranza soltanto nella prima metà del 900.
Ben diversa storia di quella di un’Ucraina (terra di confine dei fondatori “Rus’”) diventata un grande Stato dell’Unione sovietica con territori abitati da differenti nazionalità (polacchi, magiari, rumeni, slovacchi, moldavi e, appunto, russi), unite artificialmente dai sovietici.
Le dichiarazioni italiane suonavan allora e sono ipocrite e false. Non siamo andati qui, in Serbia, nel Kosovo serbo, “in modo imparziale”, ma in quanto membri della coalizione atlantica che ha bombardato la Serbia e Belgrado, il cuore dell’Europa, anche con equipaggi e aerei dell’aeronautica militare italiana.
Ricordiamoci sempre che più della metà dei popoli del mondo non ha affatto “riconosciuto” lo Stato fantoccio albanese strappato alla ex Jugoslavia.
E ricordiamoci anche, sempre, che i Serbi sono stati sempre dalla parte e con l’Italia. Nella Giovane Europa di Mazzini, nella prima guerra mondiale contro il dominio austroungarico, addirittura combattendo fianco a fianco da Caporetto a Vittorio Veneto, e che con dolore hanno visto croati e sloveni attuare la pulizia etnica antitaliana di Istria e Dalmazia attuata dal fantoccio degli inglesi, il “comunista” pseudo-croato Josip Tito.
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