Foscolo, Novalis, Byron, Arndt, D’Annunzio… Oppure Brasillach, Ezra Pound, Mishima… Oppure Karadžić.
(No, no, no. È inutile, è vano, per gli arruolati e i neofiti della cultura di massa fuoriuscita dall’ultima grande guerra europea, storcere la bocca e riesumare – per gli ultimi tra i citati, poeti maledetti – il luogo comune del “fascismo”, la demonizzazione di moda tra chi non ha frecce nella sua faretra).

“Tieni duro!”.
Fiele dal fesso fegato grondò.
“Tieni duro, Serbo!”
Dalle viscere calde tal rugghio scoppiò.
“Tieni duro!”.

Gabriele D’Annunzio


Poeti guerrieri, anime forti. I loro versi e il loro esempio trasformano in fiaccole di libertà e di giustizia le emozioni forzosamente sopite di popoli umiliati e oppressi dall’arrogante dominio, dall’occupazione, dal
divide et impera, di grandi potenze straniere.
La loro è poesia popolare: è l’eco di quell’amor di patria che affonda nella notte dei tempi. In Omero, in Virgilio e in Orazio, nell’Edda e nei Veda: nei canti epici di fondazione di ogni nostra civiltà. E’ l’amore per la propria terra, per la luce del sole che qui risveglia la natura, per le nostre dimore, per i nostri cari, per i nostri antenati, per i vivi e per quelli che verranno.

E’- l’idea-forte di questi poeti ora proscritti – il pensiero che si fa azione, avrebbe detto Giuseppe Mazzini, l’apostolo e profeta della libertà delle Nazioni condannato a morte sia dai Savoia che da Napoleone III nel 1858.

Lui, nell’aprile 1834, a Berna, aveva fondato – con i delegati della Giovine Italia, della Giovine Germania e della Giovine Polonia – l’associazione rivoluzionaria repubblicana Giovine Europa: una lega di
popoli-nazioni, della quale sarebbe stata figlia anche la Giovine Bosnia di Gavrilo Princip e di Ivo Andrić.
Era stato così anche seminato l’ideale di una Giovane Repubblica Srpska slegata dall’unione forzosa con l’attuale BiH, Bosnia ed Erzegovina, e da riunire alla madre Serbia.
Una battaglia combattuta e persa, alla fine dell’ultimo secolo da Radovan Karadžić, forse l’ultimo dei poeti-guerrieri di un’ Europa ancora non genuflessa al dominio atlantico, catturato nel 2008 e dopo undici anni di prigionia all’Aja condannato al carcere a vita da un “tribunale della Nato mascherato da ‘corte di giustizia’ (sic) internazionale”.


La questione serba – o, come già definita da Mazzini nelle “Lettere Slave” pubblicate dall’Italia del popolo, la questione illirico-serba – giace oggi di nuovo irrisolta nelle pieghe della storia europea.
“Sull’importanza d’un moto di concentramento nazionale nei vari gruppi della razza Slava non corre dubbio… tutte popolazioni prodi, robuste di membra, energiche e tenaci di volontà. Il nome che portano è sinonimo di Gloria (Slawa)… E su tutto questo multiforme lavoro, su questo profetico fermento, si libra la poesia illirica popolare che trasvola… dalle masse ai dotti e dai dotti alle masse. E’ questa una poesia, la cui sola tradizione, dai poeti ragusei dei secoli XVI e XVII ai Ciechi Vegliardi Serbi… giù giù fino ai Piesmas montenegrini, ha recato testimonianza all’avvenire della razza proscritta. Come le più belle stelle splendono in cielo prima del levar del sole… così la poesia della quale parliamo è piena di malinconia e di speranza. Non ha certamente la bellezza piena e lussureggiante delle letterature di nazioni già formate, essa si cura poco della forma, ma in compenso possiede in sommo grado quello di che le nostre moderne letterature incominciano ad essere manchevoli – lo spirito d’azione, il punto di contatto con la vita reale. Nelle nostre razze la poesia, quando è manchevole, è imitazione e non sentimento; quando è buona riflette l’anima si un individuo; nella razza slava è lo sforzo di un popolo in ceppi che essa esprime”. (Giuseppe Mazzini, Lettere Slave, Del moto nazionale slavo, I).
In tempi grigi e stanchi, in questi nostri tempi di pensiero unico, di umanità omologata e massificata, di magma multiculturale, è però un crimine elogiare ogni energia creativa, ogni pathos non politicamente
corretto. Ed è da isolare, reprimere e demonizzare chiunque si rifiuti di piegare il capo e di abbracciare il modello di società imposto a uomini e nazioni ridotti a vili oggetti di negozio e mercato.
Così ogni mezzo di comunicazione di massa d’Occidente ha provveduto negli Anni Novanta a propagandare e amplificare una generale condanna di tutta la Nazione Serba, indicata come artefice di “crimini contro l’umanità”. Una formula sempre utilizzata dagli angloamericani contro chiunque la cupola yankee – una velenosa miscela di politici-marionette e di banksters d’assalto – giudicasse intralcio al proprio dominio e che, in quel momento, privilegiava la partizione della ex Jugoslavia in un arcipelago di Stati più facilmente
controllabili e sfruttabili dalle multinazionali del capitalismo predatore.
Un florilegio di accuse ha travolto, in particolare da Washington, il popolo serbo.

Il ricordo va al segretario di Stato Lawrence Eagleberger che definì i Serbi, “grezzi e volgari”, al rappresentante Usa all’Onu Richard Holbrooke che senza vergogna li chiamò “murderous assholes”, al giornalista-conduttore della Fox Morton Kondracke per il quale il Serbo era un popolo “bastardo”, a Mr. “Joe” (Joseph Robinette) Biden (jr), poi dal 2021 presidente degli Stati Uniti d’America, che nel 1993, da senatore “democratico” usò la CNN per informare il mondo come i Serbi fossero “illetterati, degenerati, macellai, assassini di bambini, rapitori, guerriglieri, aggressori e fascisti”. Con contorno di bombe e sanzioni.
Per non parlare dei loro epigoni minori che, per restare nella scia dei loro apripista, hanno sommerso Radovan Karadžić di contumelie e di giudizi sottolineando l’ “odio” insito nei suoi versi o – poeti di Bosnia
anch’essi, come Marko Vesović o il fu Izet Sarajlić – l’uno intimista e democratico (nel significato peggiore di questa parola) o, se si vuole, mescolatore di forme e diritto-umanista, l’altro pseudo-cinico e al contempo pseudo-burlesque ma nella sostanza e nella forma indefesso socialista-reale, subito schierati sul fronte avverso. Quasi per autoassolvere in qualche modo i propri peccati di una gioventù trascorsa in comune con il “contaminato”.


Ormai anche la poesia, come qualunque altra musa, arte, o è democraticamente corretta o, semplicemente, per gli oligarchi d’Occidente e per i loro vassalli definiti “intellettuali”, non è. Così la
demonizzazione di Karadžić, medico psichiatra ed ex presidente della Repubblica Srpska ritenuto il responsabile dell’eccidio di Srbrenica – una località serba in realtà epicentro di reciproche stragi di serbi
ortodossi (un massacro espunto dalle cronache dei vincitori) e di serbi musulmani (la strage di questi ultimi “una trappola ordita dal presidente dei musulmani bosniacchi, Izetbegovic, complice l’Onu”, sottolinea Karadžić) – si è scatenata sia sulla sua professione, equiparata sic et simpliciter alla malattia che la sua medicina cura, come anche sui suoi scritti, ritenuti da critici e commentatori prove inconfutabili della sua predisposizione e dedizione al… crimine.
Nulla cale se i giudizi sono incentrati su poesie composte da Karadžić in anni giovanili o su versi che malinconicamente rimpiangono l’amicizia tra giovani di Sarajevo di diverse fedi religiose ma tutti anelanti all’indipendenza delle tre nazioni di Bosnia, né è importante scoprire in esse quella malinconia e quella speranza di libertà che già Mazzini aveva inteso sottolineare quale stimmate dello spirito slavo. Sintomatico di “propensione al genocidio” (sic), per questi giudici, invece, come, per esempio, quest’uomo abbia osato, nel 1993, preoccupare la città di Bijelo polje, in Montenegro, presentandosi su un carro armato per ritirare il premio letterario Risto Ratković.

Come se, per i suoi critici/detrattori ex post, il “poeta-soldato” italiano, Gabriele D’Annunzio, fosse stato da psicanalizzare perché vate e patriota amante del beau geste e per sovrapprezzo da rinchiudere perché, “pazzo militarista”, aveva occupato Fiume con i suoi legionari.


Eppure Karadžić, a prescindere dai premi letterari vinti (nel ’69 lo Jovan Ducić (in memoria del letterato nazionalista serbo), nel ‘94 il Michail Sholokhov da parte dell’Unione degli scrittori russi “per il suo
contributo alla cultura slava e all’interesse nazionale slavo”, dalle pubblicazioni, era bene accolto – tra ’68 e dintorni – senza preclusioni di nazionalità o religione, nei circoli intellettuali di Sarajevo. Tanto che lui e Sarajlić si omaggiavano reciprocamente con delle poesie. Ad un pugno di versi che chiedeva alla “folla di convertirsi alla mia nuova fede, alla luce del mio sole, per la quale nulla è proibito e che promette a tutti tempeste e vino”, Sarajlić replicava con una poesia che tratteggiava un cacciatore chiamato a “difendere la sua patria” (serba).
Ma i critici di ogni latitudine non demordono. Cercano “l’istinto del genocida” ovunque tra gli spazi, le parole e la punteggiatura degli scritti del poeta maledetto. Così l’ “Addio agli assassini”- dove “i confini tra i mondi vengono calpestati” e non si sente il battere d’un cuore ma il ronzio di un calabrone – è un evidenza del carattere violento dell’autore, le “corazze tra i pioppi” che affollano Sarajevo prefigurano – oltre vent’anni prima – i carri armati serbi che lanciano i loro proiettili sulla città. A nulla vale osservare che lo stesso amico musulmano di Karadžić, Izet Sarajlić, descriva gli stessi pioppi, “suoi concittadini” capaci di sapere cosa fa a lui soffrire. Il problema, per il poeta ‘stalinista-musulmano’ ferito da una bomba ‘serba-ortodossa’ durante i quattro anni di guerra civile a Sarajevo, è che nessuno dei suoi amici serbi (il riferimento è evidentemente a Karadžić…) gli abbia chiesto perdono. S e non, in sogno, Slobodan Marković, un poeta, però, morto.
Perché mai il suo ex amico avrebbe dovuto, però, “chiedergli perdono”? Perché stava “difendendo Dragana, Anka, Jovanka, Sonja, Zorica, Rada… in una parola, la sua patria”? Perché non voleva per la
Sarajevo Serba-ortodossa la stessa sorte della Gerusalemme Araba-musulmana, e cioè un futuro di esilio e di campi profughi? Perché assieme a lui e agli altri suoi coetanei, studenti, intellettuali, tutti insieme senza steccati di fede religiosa, si riuniva a leggere ed ascoltare poesie sulle tombe dei membri della Mladi Bosna
(Giovine Bosnia), un rito sul quale oggi è d’obbligo – su ordine dei vincitori – stendere un sudario?
E’ la solita doppia morale. Quella di chi si reputa vincitore – pur non avendo mai imbracciato un’arma, ma grazie alle armi altrui – ed è sordo alle argomentazioni del vinto. Anche se lo sconfitto, appunto Karadžić,
non mancava di rivolgere ai suoi amici e colleghi musulmani, anche a guerra civile iniziata, gli auguri di buon bajram, la festa del sacrificio osservata dai fedeli dell’Islam.
“Se i miei antichi amici hanno cambiato idea riguardo alla libertà delle loro rispettive nazioni, dobbiamo rimpiangere i mutui sforzi sprecati. E non vi è più nulla da condividere in futuro”, dichiara ormai Karadžić,
sottolineando come “il problema maggiore dei Serbi, oltre a quello attuale, geopolitico, è costituito dalla fermezza del loro carattere: i Serbi si rifiutano di essere dominati da altre potenze”. “Non sono un criminale di guerra, piuttosto la vittima sacrificale di una guerra imposta dalla cosiddetta comunità internazionale per compiacere il Vaticano e la Germania, i loro alleati storici, i croati”, e i loro alleati tattici, i musulmani: gli americani hanno iniettato in Bosnia e in Kosovo il germe del fondamentalismo islamico: “Ogni singolo stato musulmano rischia il fondamentalismo. E’ nella natura dell’Islam. E’ la sola religione che invita i fedeli ad uccidere gli altri, gli infedeli”…
Così Radovan Karadžić, nato a Petnjica, nel nord del Montenegro, patria ancestrale del popolo serbo. Il padre Vuko, un artigiano, aveva militato tra i cetnici di Draža Mihailović, forza armata nazionalista che
combatteva le bande di Josip Tito. Mihailović, il comandante patriota che – “amico dei nemici (gli italiani) dei suoi nemici” – fu fucilato dai vincitori comunisti nel 1946 a Belgrado.
Karadžić, il poeta, lo psichiatra, l’ex presidente della Repubblica Srpska, l’attuale prigioniero di guerra degli occidentali, ha sempre rifiutato di essere definito un “nazionalista”. Lui si dichiara un patriota, anche un democratico (l’SDS era l’acronimo del suo partito nazionalista srpsko).
Ed un poeta. Come ogni poeta capace di cercare una luce nelle piccole quotidiane cose.

Ricordo a mente una frase del suo “Cronaca magica di una notte”: More, more gde cé ti duša? E ora, ora, dov’è la tua anima?
E, tra le sue poesie, quei doni di “tempeste e vino” offerti ai suoi possibili seguaci, o l’ “universale angoscia” della quale si sente causa, o il “mondo-serpente che muta la sua pelle”, o “il lupo che cala dalle colline con il cuore rimasto nella selvaggia foresta”, o “il disgusto per le anime che non irradiano nulla” o “l’abolire immediatamente tutte le cose senza scopo, senza bellezza, senza fine”, o “la disgrazia che avanza verso l’ora del tuono”. Oppure il suo colloquio in versi con la fortezza di Kalemegdan, a guardia dell’irruzione della Sava nel Danubio, il “mostro dormiente sotto una veste d’erba”. Oppure sulle “chiome dei tigli che ornano Niksić”, quella che considera la sua città natale…
E, tra le sue lettere, quella “Agli Italiani”, ai quali chiede di “perdonare di non aver meglio informato” quanto accadeva nella sua nazione martoriata. “Voglio soltanto dirvi che in tutta la storia non esiste una
bugia così mostruosa come questa relativa ai Serbi. Noi Serbi non siamo molto abili in fatto di propaganda. Addirittura abbiamo una certa resistenza morale contro la propaganda in genere: ciò è male perché così voi siete informati solamente da quella parte abile nella propaganda e che ha ingaggiato con molto denaro i mezzi d’informazione di massa. Vi posso confermare i sentimenti di profonda amicizia dei Serbi per gli Italiani: la storia della nostra buona vicinanza è più lunga della storia dei nostri equivoci. Vi faccio i miei
migliori auguri. Vi auguro soprattutto di evitare il destino della Jugoslavia e di noi Serbi. Certe potenze vorranno forse che pure l’Italia si sciolga in molti piccoli stati. Non permettetelo, proteggete il vostro Stato. Credete all’amara esperienza serba”.
I Mian (reporter della subito defunta “Voce”) e i Volcić (il fu Demetrio, lo sloveno nuovo-italiano corrispondente RAI sui moti antiDuma in Russia da… Capri e autore di libri ERI scritti… da altri), lo hanno definito, in Italia, “carnefice” e ne hanno denigrato – proprio loro – il talento poetico. Per quanto riguarda chi scrive, al contrario, Radovan Karadžić è semplicemente un uomo, un patriota, un poeta.

Ugo Gaudenzi
Giornalista, direttore in Italia dei quotidiani “l’Umanità” e “Rinascita”, del settimanale Marc’Aurelio ed editore a Belgrado – con lo scrittore e artista Dragos Kalajić e con il giornalista Branislav Matić – del periodico Evropa Nacija (Europa delle Nazioni)

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