Il tradimento della Sovranità Monetaria avvenne con i “padri costituenti” che la rifiutarono. Ecco il documento.
Il 24 Ottobre del 1947 si discuteva in assemblea costituente un tema di vitale importanza per il paese, ossia “L’ autorizzazione del Parlamento a battere moneta”.
La discussione introdotta dall’ onorevole Romano ci offre interessanti spunti di riflessione, che cercheremo di sintetizzare.
Nella seduta de quo l’On. Romano, forte delle pregresse esperienze, affermava come “a parità di circolazione e di volume di merci le variazioni dei prezzi siano proporzionate a quelle della quantità di moneta”. Si evidenzia quindi come la quantità di moneta debba rispecchiare, in qualche modo la merce messa in circolazione.
Perché riteniamo tale punto importante?
Ciò è quanto sostenuto anche dal prof. Giacinto Auriti il quale, evidenziando il carattere duplice di misura e di potere d’ acquisto della moneta, raccomandava che quantità di massa monetaria e beni circolanti fossero legati da una precisa funzione.

Egli individuava che quando l’approssimarsi del prezzo di vendita coincida con i costi di produzione a quel punto bisogna cessare di immettere moneta nel sistema e cessare la produzione.
Proseguendo nella lettura del testo dell’emendamento costituzionale in esame, leggiamo: “nell’emissione della moneta il Legislatore deve preoccuparsi di costringere il Governo ad una condotta seria”.
Ancora una volta Giacinto Auriti aveva ragione.
Nei numerosi scritti del giurista abruzzese, infatti è messo in luce come la questione monetaria sia, in primis, un problema di tipo giuridico. E’ la legge che deve regolare sia la nascita della moneta, e indicarne con precisione chi sia il proprietario di quel determinato bene economico immateriale nonché il controllo della politica monetaria che va affidato al parlamento che è espressione del popolo e, pertanto, potenzialmente non rieleggibile in caso di scelte
politiche improvvide per il popolo stesso. I politici rappresentano il popolo tramite elezioni mentre i banchieri centrali non vengono eletti dal popolo e restano al loro posto anche nel caso di disastrose scelte di politica monetaria.
Continuando nella disamina incontriamo un altro interessante punto esposto dall’allora onorevole Romano: “La carta moneta è un credito, fonte di questo credito è la fiducia. Le industrie, l’agricoltura ed il commercio ruotano intorno a questa fiducia.”. La parola chiave è appunto fiducia che è la fonte del valore monetario. Quando Auriti parlava di emissione a credito non si riferiva di certo ad una emissione “a prestito“. Il termine “credito” stava ad indicare quello stato d’animo, la condizione psicologica per la quale l’individuo dà credibilità; e la fiducia si ottiene con la credibilità. Per questo motivo riteniamo che l’on. Romano intendeva che la moneta della nazione avesse valore “credibile”, e non “creditizio”, finché si aveva fiducia nell’espressione politica del suo popolo: il Parlamento che doveva controllare il Governo nella politica monetaria, dalla sua emissione alla sua gestione. Possiamo dire che l’onorevole Romano aveva intuito quel valore convenzionale elaborato giuridicamente dal genio di Giacinto Auriti quaranta anni dopo? Possiamo solo dire che vi si fosse avvicinato moltissimo perché non abbiamo a disposizione elementi e prove che dimostrino che il Romano abbia approfondito la tematica. Ma la sua intuizione, il suo emendamento, fu pericolosa per i banchieri perché proprio nello stesso periodo, come ci ricorda Auriti nei suoi testi, l’allora governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi ebbe a dichiarare che “abbiamo sostituito la qualità dell’oro con la saggezza dei governatori delle banche centrali” . Nel 1948 lo stesso Einaudi fu eletto presidente della Repubblica, premiato come fu premiato 50 anni dopo Carlo Azeglio Ciampi.
Evidenziamo quanto sotteso da un altro passaggio nell’emendamento del Romano: “Quando un governo vuole promuovere le attività produttive fa prima girare il torchio e con la carta-moneta mette in moto gli alti forni”. Da questo punto emerge come, per far vivere l’economia e gli scambi, occorra dapprima immettere il mezzo monetario. Successivamente la fiducia dei cittadini, supportata dall’induzione giuridica che è la legge che tutela il bene moneta come oggetto di diritto, restituirà vivacità al paese.
Quanto affermato è di estrema importanza. Infatti ne consegue incontrovertibilmente che le crisi che oggi viviamo sono create artificialmente dal sistema bancario o comunque finanziario. Oggi come all’epoca. Per Auriti, come per il Romano, era doveroso il controllo politico della moneta visto che il governo è tenuto a
controllare tutto, spesso anche creando disagi con l’estrema burocrazia. Lo stesso Romano, riferendosi all’esempio del torchio per finanziare guerre ed economia, dichiarava in assemblea costituente che: “Il Parlamento, rimasto estraneo a questi atti, che incidono nella vita del Paese, viene a trovarsi in un secondo tempo di fronte al fatto compiuto. Penso quindi che sia doveroso controllare l’emissione della carta moneta, giacché la fiducia nella moneta è in rapporto alla condotta più o meno seria del Governo. Controllare questa condotta è dovere dei Parlamenti. Oggi prevale la tendenza a tutto controllare, anche quando il controllo costituisce un intralcio. Invece per l’emissione della moneta ci si rimette alla prudenza dell’istituto di emissione. Se la moneta rappresenta in qualche modo la fiducia che si può riporre in un popolo, questo ha il diritto ed il dovere di vigilare e controllare a mezzo dei suoi rappresentanti la nascita della moneta, strumento onnipotente ed onnipresente della vita economica del Paese”.
Diceva Auriti: il valore della moneta non nasce senza la fiducia nell’accettazione da parte del popolo. E’ la collettività dei cittadini che determina la genesi della moneta come bene economico sociale a contenuto patrimoniale e di valore indotto, pertanto solo essa ne deve essere riconosciuta proprietaria mediante l’emissione a credito. Il sistema fornisce soltanto un mero supporto, di valore pressoché nullo (moneta cartacea o virtuale o bit sul computer). Ed eccoci al punto nodale della questione, ossia la riserva. Appurato che la fonte del valore monetario è la fiducia, ed essendo fatto notorio che quando ci si fida di qualcuno, ad esempio di un amico, non si chiedono garanzie in cambio, ne consegue un altro importante corollario, ossia l’ inutilità della riserva. Il denaro per nascere e per circolare non necessita di alcuna riserva in quanto nasce come bene oggetto di diritto e tutelato dal diritto stesso
“La riserva non serve”
Questa frase di Auriti trova conferma nel regio decreto del 21 luglio 1935, n. 1293, e regio decreto-legge 5 settembre 1935, n. 1647, che vengono citati nell’emendamento costituente dell’on. Romano, quando, con tali provvedimenti, si dispose la “sospensione dell’obbligo di riserva”. Il voler imporre una riserva al momento dell’ emissione, è solo un arbitrario atto di imperio posto in essere dal potere a danno del popolo, affinché questi non comprenda la vera natura del valore monetario, e non si renda conto dell’ enorme spoliazione subita. Auriti diceva che “il bottino degli usurai sono le riserve” perché esse si costituiscono con “l’attività indebitante del sistema bancario”. Non è un caso che il sistema bancario si sia fatto legiferare che le riserve non sono tassabili. Questa assurda situazione ha concrete ripercussioni sulla vita di noi tutti: aziende che chiudono, persone senza impiego, tagli indiscriminati sul sociale che colpiscono le fasce più deboli della popolazione. L’onorevole Romano l’aveva capito benissimo con l’esperienza vissuta con le due guerre mondiali e le due crisi monetarie che le precedettero. Inutile dire che l’emendamento dell’onorevole Romano non fu accolto dall’Assemblea Costituente.

Oggi, con l’avvento dell’Unione Europea che sta modificando le costituzioni degli Stati nazionali, sentiamo ancora parlare di “difesa” o “attuazione” della Costituzione Italiana. Noi parliamo di “integrazione”,
“completamento” della Costituzione perché così com’è formulata non riconosce al popolo la sovranità, non attua quella autentica giustizia auspicata da Auriti in quanto è carente della sovranità monetaria.
Non possiamo più tollerare una così colossale ingiustizia, è ora che il parlamento prenda posizione chiara e netta sul punto. E’ ora che chi sta operando per la difesa della Costituzione, studiando anche gli atti dei lavori costituenti, prenda in considerazione quanto intuì l’onorevole Romano nel 1947 e che fu enunciato in maniera scientifica nel campo del Diritto dal prof. Giacinto Auriti. Ma credere nella forza di questo parlamento – o di un’Europa satellite della grande finanza atlantica è soltanto una pia illusione…
Sara Lapico (26/04/2016)
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