L’ex Primo Ministro pachistano Imran Khan, defenestrato dall’incarico due anni fa e sostituito alla guida del governo da un esponente della casta militare (più soggetta ai desiderata degli Usa) è stato condannato a 10 anni di carcere per aver rivelato… segreti di Stato.

Come a suo tempo Zulfikar Ali Bhutto, guida ‘laIca’ del Paese musulmano e soprattutto non allineata agli USA, che – in rapporto conflittuale con l’allora segretario di Stato USA Henry Kissinger – fu ‘dimissionato’ e condannato a morte nel 1979 da una giunta militare.

O come accaduto anche per la figlia di Bhutto, Benazir, allontanata dal potere presidenziale con costruite accuse giudiziarie e quindi assassinata in un attentato nel 2007…

Così pure Imran Khan: per il momento illeso, ma sempre a rischio di morte.

Tutti eliminati dal potere – conquistato con il voto della maggioranza del popolo pachistano – perché ‘colpevoli’ di lesa maestà atlantica e di governare al servizio del proprio popolo.

Per Shahid Rashid , analista politico pachistano, ha definito la sentenza contro l’ex premier ‘un colpo mortale per la giustizia nel nostro Paese”. Notando inoltre come probabilmente si fosse voluta una tale condanna per incitare i sostenitori del ‘partito del popolo’ di Khan a innescare moti di piazza da reprimere violentemente, anche con arresti mirati dei quadri del partito dell’ex premier, in modo tale da ostacolare la presentazione delle proprie liste elettorali in occasione del voto, ormai prossimo.

Rashid si è comunque detto sicuro che la Corte Suprema ribalterà la sentenza contro Khan mandando in fumo i piani di destabilizzazione dei militari.

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