
Ugo Intini è andato oltre.
Nei primi Anni Novanta, un uomo giusto, un uomo fedele alle sue idee, quasi un amico.
Poi un avversario.
Ora riposi in pace.
Ci eravamo frequentati in un’epoca particolare, quella della caduta di Bettino Craxi e del suo esilio dall’Italia. Avevamo tentato assieme di rimettere in piedi l’idea socialista poggiandola su più solide basi, di sovranità nazionale, tricolore, e di giustizia sociale, per i lavoratori.
Il nostro legame, confortato anche da una certa conoscenza tra le rispettive famiglie, si era iniziato quando aveva scritto un suo appassionato contributo per un risveglio del socialismo sul quotidiano ‘l’Umanità’. Era stata la sua risposta all’intervista provocatoriamente titolata “Socialismo, addio?” rivolta a centinaia di esponenti della cultura e della politica italiana – di destra e di sinistra: da Arfè ad Accame, da Matteotti a Mutti, da Martino a (appunto) Intini.
In giro per un’Italia travolta dal giustizialismo di ‘Mani pulite’ e su iniziativa – ironia della sorte – di esponenti del movimento eretico extraparlamentare di area socialista nazionale “Lotta di Popolo”, erano allora state formate delle cellule di azione – denominate Comitati socialisti di base per cercare nelle radici, tra il “popolo” socialista, le energie capaci di ricostruire un’alternativa, un altro polo, rispetto all’unipolarismo liberaldemocratico ovunque montante.
In decine e decine di assemblee in Italia – individuate esattamente le origini angloamericane delle offensive antisocialista e antiterzaforzista sferrate ovunque nel mondo (le strategie di Transparency International, guidata da Robert McNamara, in primis) – indicammo l’esistenza di “un patto Uk/Usa e dei poteri forti atlantici” per la destabilizzazione dell’allora Comunità Europea.
Una Comunità europea che, con Schmidt, Kohl e anche Craxi, accennava a troppo moti di indipendenza.
I fatti di Sigonella (con l’Italia che aveva rivendicato un’indipendenza politico-militare dal padrone yankee e un forte sostegno alla causa palestinese), la graduale costruzione di una moneta unica sganciata dal dollaro e che si voleva regolata da un Fondo monetario europeo (antagonista del Fmi), l’emergere di una forte economia continentale, con la Germania unita come locomotiva, l’Italia IV/V potenza industriale nel mondo, una C.E. che accumulava il 25% del p.i.l. del mondo (oggi lo 0.5).
Un piano, quello angloamericano, che aveva riguardato anche il Giappone di Tanaka o la Spagna di Gonzalez: nazioni ree di conati di indipendenza: economica il primo e politica (referendum sulla NATO) la seconda).
Un piano che, per eliminare ogni recupero di sovranità e consolidare il sistema liberaldemocratico e iperliberista globalizzatore unipolare (in Italia anche con il ripristino della manomorta privatizzatrice sui beni pubblici), si avvaleva delle intercettazioni di ogni comunicazione delle classi dirigenti “suddite” attraverso il sistema Echelon, coordinato dalla centrale di Fort Meade, nel Maryland.
Ecco. Di tutto questo e di tanto altro ancora avevamo discusso a quei tempi. Lodando Massimo Pini e biasimando Prodi, l’uno contrario, l’altro fautore della svendita dell’IRI.
Editando ‘Non mollare’, un organo di stampa socialista che scherzando definivamo “dei 5 direttori” (Ghirelli, Damato, Girardi, Intini e Gaudenzi). Ripercorrendo il ’68 e gli “anni di piombo” quando chi scrive ricollegava la parzialità e la faziosità mostrate dai magistrati di Mani Pulite e subìta dai socialisti, vittime comprese, alla faziosa repressione, vittime comprese, subìta un quarto di secolo prima da esponenti di forze extraparlamentari non “omologate”.
Poi le nostre strade si divisero, lasciò Craxi al suo destino e, poi, archiviata la comune ‘Federazione socialista’ accettò di rientrare nei ranghi del politicamente corretto, nell’Ulivo, e dopo in primo mandato da sottosegretario agli Esteri nel governo Amato2 diventò viceministro di D’Alema agli Esteri nel governo Prodi2.
E mentre noi protestavano contro la nefasta partecipazione italiana alla guerra contro la Serbia e la rapina del Kosovo alla sua madrepatria e poi contro il vergognoso scambio di favori per la strage del Cermis – gli imputati lasciati alla (in)giustizia yankee e, in cambio, i ‘domiciliari’ in Italia (sic) per la Baraldini (una sosia della contemporanea Salis…) – lui era proprio lì, alla Farnesina.
Dove comandano, appunto, gli atlantici, gli angloamericani.
O tempora, o mores!
Ugo Gaudenzi
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