
GLI IPERBOREI
Giovanni Luigi Manco
L’alba dalle rosee dita che fuga le tenebre, il primo annuncio, il momento primigenio di una grande esperienza resta sempre nella memoria come un’orma sacra. A volte l’inizio è un passato troppo remoto, lontano per essere ricordato, eppure qualcosa si trascina nel tempo, un barlume, un segno, e quello si custodisce, vivifica, completa con la fantasia per il bisogno dell’Io di ritornare a se stesso, riprendersi nel tempo. Gli echi dell’inizio in sé si completano nel mito che è fantasia ma pure realtà autentica. Memoria e figure disegnate da vibrazioni profonde, invisibili eppure possenti. Il mito elabora, non nasconde. Così nei discendenti degli iperborei, degli iniziatori del discorso umano, i miti della patria ancestrale, posta nell’estremo nord d’Europa, ripetono in ambienti diversi, la medesima storia. La terra degli avi divinizzati, gli Asen, nella tradizione nordico scandinava è la “Terra Verde”, cioè la Groenlandia, da Grunes (verde) e lend (terra), senza neppure sospettare che ove oggi si stendono pianure e montagne di ghiaccio, un tempo, prima dello spostamento dell’asse terrestre, c’era il verde dei prati e la vita dell’uomo.
Le tradizioni celtico-irlandesi parlano invece della divina razza dei Tuatha de Danam, discesa dall’Avalon, mitica terra nordica. Anche nella tradizione Aryo-Iranica la terra dei padri remoti è una regione dell’estremo nord. A questo proposito, sulla base dei testi vedici, uno studioso indiano, Tilak, scrive nel saggio “L’origine polare della tradizione vedica”, del 1903: “Se noi leggiamo certi passaggi dei Veda fin’ora incomprensibili, alla luce delle scoperte scientifiche moderne, noi saremo obbligati a concludere che l’origine degli antenati dei popoli vedici si trova da qualche parte vicina al Polo Nord, prima dell’ultima glaciazione (…) La geologia e le tradizioni considerate negli antichi libri ary confermano che l’inizio dell’era postglaciale e l’emigrazione indoeuropea dalle zone artiche, che ne derivò, rimontano a un periodo, non anteriore all’8.000 prima dell’era volgare (…) Sarebbe stato impossibile ai sacerdoti indiani concepire o solamente immaginare lo splendore dell’alba nella forma descritta nel Rig-Veda. Perché l’alba evanescente ch’era loro familiare, non ha niente a che vedere con l’alba artica ch’è il vero modello degli inni vedici.” Tilak, scrivendo il suo saggio, non sapeva che alle stesse conclusioni era pervenuto nel 1776 l’astronomo Jean Sylvain Bailly sulla semplice evidenza che le costellazioni descritte nei vetusti libri dell’India potevano essere state osservate solo da un popolo che aveva avuto dimora nell’Artico.
Gli Elleni chiamavano Thule la patria dalle cime innevate degli avi Iperborei, nell’estremo nord, da cui migrarono i Dori guidati dal Dio Apollo. Regione posta secondo Erodoto a nord del Mar Nero. Significativamente chiamavano il mare boreale Cronide, cioè di Saturno (Cronos-Saturno), considerando Cronos-Saturno è il re o Dio dell’Età dell’Oro cantata dai poeti greco- latini come la più antica e bella età. Nel primo dei quattro cicli, o yuga, della tradizione vedica, l’Età dell’Oro prende nome di Satya-yuga, l’età buona, vera, dove l’aggettivo ya, vero, è connesso a sat, l’essere; così come il suffisso urnus unito sat dà il nome di Saturnus.
Una tradizione ben viva ancora oggi se si pensa all’autentico portato del mito di Babbo Natale nella ricorrenza delle feste Saturnali e del dio solare Mitra, il 25 dicembre. La tradizione vuole che in detto periodo non ci siano servi e padroni, si sia tutti uguali. Il servo siede alla stessa tavola del padrone. Un modo per evocare la comune origine. Di ricordare e celebrare gli avi comuni. Babbo Natale è lo spirito degli avi, il padre dei natali delle genti iperboree. Veste di rosso siccome padre primigenio, datore di vita. Il rosso, colore del sangue, è il colore della vita. Il suo spirito è là, tra le montagne innevate della patria originaria, e da là muove simbolicamente nel solstizio d’inverno (festa del sole, di Mitra), per assicurare la germinazione delle messi dorate nel grembo della terra. Le strenne natalizie si donano chiuse nei pacchi di cartone, in parallelismo simbologico ai semi chiusi nella terra. Anche il più antico e tradizionale dolce delle feste saturnali, a forma di ceppo, rimanda ai culti antichi del fuoco sacro. Un modo di appellarsi agli avi contro le incertezze del domani. Un’occasione per ristabilire vincoli, sentimenti di solidarietà, ricordare la potenza dell’origine come conferma, certezza del domani. Non casualmente alle feste saturnali segue per i latini il mese dedicato a Giano, il Dio bifronte.
Gli uomini delle fredde terre d’Occidente, tra 40.000 e 10.000 anni fa, nel “Paleolitico superiore”, vivevano una condizione per molti versi evoluta, benché limitati dalle condizioni naturali. Nelle pianure innevate della Moravia, nelle regioni inospitali che non lasciavano alternativa all’economia di caccia al mammuth, si inventano le fornaci per cuocere vasi e figure di terracotta, ad opera probabilmente delle compagne e figlie dei cacciatori. Sempre nel Paleolitico superiore, nel nord Europa, si sviluppano le prime industrie “in serie” di gioielli (perline in osso e avorio) e la prima scultura artistica.
L’Europa era allora molto diversa. La Gran Bretagna faceva parte del continente, unita alla Francia, ed era molto più estesa. In terra d’Europa fiorisce la prima civiltà nel senso proprio dell’espressione, caratteristica per costumi, senso del sacro, concezioni astronomiche. Il suo iniziarsi può farsi coincidere con la fine della glaciazione del Wurm, quando le ampie steppe popolate da mandrie d’erbivori si trasformano in foresta. E’ in questo contesto che nascono le prime economie stanziali, che l’uomo comincia a scegliersi un territorio e a radicarsi in esso, quasi a piantarvisi, ricordando la derivazione etimologica, scoperta da Heiddegger, di homo da humus. Resti di cucina e tumuli di rifiuti fossili di questi insediamenti sono stati ritrovati sulla costa nord atlantica ma anche in Spagna e Portogallo. Il reperimento in questi siti sempre degli stessi strumenti, come un tipo particolare di piccone, lascia presumere il loro collegamento con la cultura megalitica, con i primi complessi monumentali dell’umanità: menhir e dolmen. Significativamente talvolta i megaliti sono sistemati tra loro in modo da formare pareti a tettoia che ricreano il luogo deputato alla vita del paleolitico, la caverna. Continuità fra preistoria europea e civiltà megalitica è anche provata da immagini incise sulla pietra dei megaliti. I menhir, la cui altezza varia dai due ai dieci metri, mentre il peso le 200 tonnellate, in Irlanda, Inghilterra e Scozia sono spesso disposti in circolo e chiamati cromlech. Fra i più importanti quelli di Averbury e di Stoehenge. All’estremo settentrione della Scozia si trova un gruppo di isole, le Orcadi, famose per le rovine megalitiche. Ebbene la più grande isola, Mainland, è chiamata dagli abitanti Pomona, nome d’una delle divinità più antiche e misteriose della Roma arcaica, ed è sempre nella simbologia della Roma arcaica che i sette colli rappresentano lo specchio terreno dell’Orsa Maggiore, la costellazione boreale, dove il Palatino rappresenta la stella Polare. Corrispondenze che spiegano l’intento di ricreare attraverso il simbolismo geo-astronomico la patria delle origini.

A Stonehenge le ultime rilevazioni scientifiche hanno datato i buchi per pali a 8.000 anni p.e.v., mentre la posa in opera dei megaliti a un periodo compreso tra il 2900 e il 1500 p.e.v. La civiltà dei megaliti è accertata dal V millennio. Dal 3800 al 2500 si estende su un vasto territorio che va dalla Gran Bretagna al Portogallo, alle isole egee, alle Puglie, Sicilia, Malta, Sardegna, Corsica. Per un utile raffronto si pensi che le prime piramidi egizie risalgono alla seconda metà del III millennio, mentre i palazzi minoici al II millennio. Nel V millennio solo il popolo che viveva nel nord Europa, gli iperborei, era uscito dal buio della preistoria, dotandosi di una stabile organizzazione sociale, onorando i propri morti, venerando il principio divino, fonte e datore di vita. Lo scrittore greco Pausania ricorda un menhir nella Grecia del II secolo p.e.v., che prefigurava una divinità. Ancora più attendibile la testimonianza dello storico Diodoro Siculo, nel primo secolo p.e.v., il quale riferisce che in Gran Bretagna si adorava il dio sole in un tempio circolare (Stonehenge?). Scrive inoltre che grandi pietre erano oggetto di culto in varie parti della terra. I defunti erano deposti in tronchi di quercia, tagliati e cavati all’interno. Tipica sepoltura megalitica che continua con i Celti. I druidi elessero, infatti, la quercia ad albero sacro e svolgevano le loro cerimonie nelle prossimità dei megaliti. La civiltà megalitica è rimasta a lungo viva nella tradizione popolare dell’Occidente. A Carnai, in Bretagna, sulla parete esterna di una chiesa si osserva il bassorilievo di un santo nell’atto di benedire tori sacrificati davanti a dolmen e menhir. Il toro è un simbolo che percorre tutta la cultura europea, dai megaliti di Creta, Sardegna e Malta fino alle odierne corride. E come non pensare che ancora oggi i re d’Inghilterra sono incoronati sulla pietra sacra di Wesminster? Sempre in Bretagna, fino al secolo scorso, si cospargevano i menhir di burro, miele o olio. Qualcosa del genere si fa tutt’oggi in India con il lingam. In Scozia l’espressione gaelica per chiedere a qualcuno se andava in chiesa era “Stai andando alle pietre?” Un noto proverbio del Galles recita: ”Buona è la pietra assieme al vangelo.” Il popolo dell’antica patria nordica giunse a dominare molte altre regioni, fino alla Libia ed Egitto.

Evidentemente nelle regioni mediterranee, più favorite dal clima, dà inizio a civiltà più evolute e complesse. In Egitto la religiosità continua ad essere imperniata sulla potenza fecondatrice del principio divino di cui il sole è l’ipostasi. Il supremo Dio apollineo è invariabilmente rappresentato negli affreschi, bassorilievi e statue, come ithifallico. I menhir diventano obelischi, i dolmen (celle sepolcrali coperte da tumuli di terra), diventano invece le piramidi, dalla forma delle dune del deserto. Alla fine dell’ultima glaciazione, circa 7mila anni fa, lo scioglimento dei ghiacci con l’innalzamento del livello marino sommerse vasti territori. Un’idea precisa dell’innalzamento del mare si è avuta studiando i depositi del Mar Baltico che da lago divenne un mare a causa dell’invasione delle acque dell’oceano Atlantico. Il livello del mare crebbe di 100 metri, sommergendo letteralmente villaggi e monumenti megalitici. Nell’isola di Er – Lannic, golfo del Morbihan, in Bretagna, uno scavo ha portato alla luce un circolo di pietre che si prolunga con un allineamento di menhir al fondo dell’oceano, terminando con un altro cerchio completamente sommerso. Sempre in Bretagna, a Kermic, un cerchio di menhir si trova a 4 metri sott’acqua. A Malta antiche carreggiate di epoca megalitica finiscono in mare. Nel 1929 è stata individuata una grande struttura, a due chilometri dalla costa maltese, sul picco di una montagna, perfettamente spianata e livellata per far posto, probabilmente, a quello che doveva essere un edificio sacro. La spianata, di 310 metri quadri, si trova 19 metri sotto il livello del mare e i monoliti, di cui alcuni ancora in piedi, misurano 10 metri. I sacerdoti egizi attribuivano la distruzione di villaggi e templi del popolo datore di civiltà ad un castigo divino.

Lo appuriamo da un Dialogo di Platone nel quale un certo Crizia narra la fine della prima grande civiltà come l’aveva ascoltata da un suo omonimo antenato, il quale a sua volta l’aveva appresa da Solone e questi, appunto, dai sacerdoti egizi. In pratica i pionieri della civiltà, quelli cioè che si erano portati nel basso mediterraneo e medio oriente, col tempo, mescolandosi con la popolazione locale, avevano finito col degenerare, minando l’integrità della stirpe e i valori su cui questa si fondava. Dio allora vedendo spegnersi in loro l’elemento spirituale volle impartirgli un castigo affinché diventassero più saggi, colpendoli col diluvio universale. Del popolo rimasto nella terra d’origine, nel nord Europa, una parte, stanziata secondo alcuni studiosi nelle steppe orientali, altri tra le Alpi e il mar Baltico, altri ancora nelle regioni della Russia meridionale attorno al mar Nero, per motivi che non conosciamo perfettamente, cominciano a loro volta a migrare anch’essi verso la fine del III millennio. Motivi possono essere stati l’aumento demografico o gli effetti dell’esaurirsi dell’onda del diluvio dell’ultima glaciazione che aveva trasformato in aride e steppose zone, assicurano i geologi, precedentemente umide e temperate. Un popolo avvezzo a resistere alle prove di un ambiente difficile che, primo al mondo, aveva imparato a addomesticare il cavallo, utilizzato, oltre che come animale da tiro, anche da combattimento: circostanza destinata a dimostrarsi formidabile negli scontri in campo aperto con avversari appiedati. Grazie alla superiorità militare occupano vaste regioni e impongono le loro usanze, lingua, divinità guerriere e maschili, sostituendole o, più spesso, integrandole con quelle femminili proprie delle religioni degli agricoltori. Le migrazioni durano millenni e seguono due direttrici fondamentali, una verso l’Indo, l’altra verso l’Europa e il Mediterraneo orientale. Occupano regioni diverse e assumono nomi diversi. Ary nell’Indo, Hittiti in Anatolia, Achei e Dori nella penisola ellenica, Celti nell’Europa centrale, Latini e Osco-Umbri nella penisola italiana, Traci e Illiri nella penisola balcanica e nelle regioni italiane affacciate sull’Adriatico, Popoli del mare in Egitto, Filistei in Palestina. Quelli rimasti nelle terre d’origine acquistano anch’essi nomi diversi secondo la regione geografica: Sciiti a nord del Mar Nero, nell’attuale Ucraina, Norreni e Baltici in Danimarca e Germania del nord. Il tempo e la lontananza geografica diversifica, naturalmente, nei diversi gruppi la lingua comune. La somiglianza tra molti vocaboli consente comunque di fare luce su queste popolazioni. Sappiamo ora che appartengono allo stesso ceppo tutte quelle parole che riguardano un clima freddo, nebbioso, nevoso, il fatto poi che non compaia mai la parola “mare” esclude che le popolazioni interessate dalla migrazione abbiano avuto contatto con le coste a nord o a sud. Il modo di riferirsi agli alberi ha fatto nascere numerose questioni tra i linguisti: sono attestate parole relative ad alberi d’alto fusto. Allevavano pecore, buoi, maiali. Tra gli animali selvatici conoscevano il lupo, il cervo, l’orso, il castoro. Sappiamo che esisteva un modo particolare di intendere i rapporti tra persone. La parola “padre” indicava che svolgeva una funzione di autorità e prestigio nella comunità mentre l’espressione “atta” o “tata” sembra riferirsi al padre di famiglia. I termini “fratello” o “sorella” non indicano solo i figli degli stessi genitori ma tutti i membri dello stesso gruppo familiare come motivo di distinzione tra una gens e un’altra. Nonostante le distanze geografiche molte tradizioni continuano a ripetersi per millenni. I defunti continuano ad essere sepolti in tumuli di terra. Tumulo che in Grecia ricopre una grande struttura rettangolare, sormontata da un perimetro di pali di legno. All’interno la camera funeraria contiene i resti del defunto, insieme a oggetti preziosi e resti di sacrifici umani e animali. Sepolture che trovano descrizione nei testi omerici. La costruzione ricorda, a un tempo, i tumuli centro-asiatici e l’assetto dei futuri templi greci. In Macedonia si seppellivano re e aristocratici in imponenti tombe sotterranee, ricoperte da grandi tumuli circolari, e costituite da edifici con volte a botte, suddivisi in un’anticamera e in una camera mortuaria, e decorati da imponenti facciate. La tomba degli sciiti era contrassegnata da un tumulo “kurgan”, simile a quella degli hittiti. Tra le sepolture celtiche più importanti spiccano quelle di Magdalenenberg, nella Foresta Nera, risalente al 550 prima dell’era volgare; la sua estensione lascia sbalorditi pensando all’enorme quantità di terra rimossaper costruire un tumulo di cento metri di diametro. In Messapia, terra arida e pietrosa, le celle sepolcrali sono coperte da cumuli di pietre. In India il menhir darà espressione a un santuario composto di un recinto contenente un albero, un palo o una pietra sacra. Il dolmen diventerà lo stupa, reliquario monumentale che ripete in mattoni e pietra la forma dei primitivi tumuli. Si costituiscono di una volta emisferica piena, poggiata su un basamento di spessore minimo e sormontati da una piccola piattaforma sopraelevata che sostiene uno o più parasoli. Un monumento circondato da una balaustra in cui si aprono da uno a quattro ingressi, ognuno munito di portico.
Dei simboli più comuni e caratteristici si ricordano la spirale, la svastica, i triangoli intrecciati, o stella di Davide per l’adozione di questo da parte dell’omonimo re israelitico. Nella seconda ondata migratoria, tra quelli diretti in oriente si distinguono per primi, in termini di civiltà, gli Arya, tra quelli diretti in occidente, gli Hittiti. In India gli Arya trovano una popolazione dalla pelle scura e naso camuso, i Dasa, che riducono in schiavitù. Le donne dei Dasa diventano spesso le concubine degli ary e non pochi risultano i matrimoni misti. Solo più tardi avvertono la necessità di difendersi dalla confusione razziale e a questo scopo proibiscono i matrimoni misti e ripartono la popolazione in gruppi sociali definiti, la cui designazione, varna, colore, chiarisce il motivo razziale. Un sistema, quello delle varna-ashrama, non coercitivo ma di armonizzazione sociale modulato da regole millenarie, volte a preservare le caratteristiche individuali dal rischio dell’uniformità. Praticamente la prassi della “teoria delle equivalenze in opposizione a quella impraticabile dell’uguaglianza” (Alain Daniélou, I quattro sensi della vita e la struttura dell’India tradizionale, Neri Pozza, ed. Vicenza 1998). Un’accentuazione delle naturali differenze tra gli esseri umani, dovute al grado di sviluppo individuale, alle caratteristiche etniche, alle attitudini morali e intellettuali. Intento riuscito solo approssimativamente per i tempi della sua adozione. I nuovi venuti parlavano il sànscrito, una lingua assai affine al greco, e in questa lingua complessa composero i Veda, che sono tra i testi religiosi più antichi della storia. Gli Arya costituirono numerosi piccoli Stati. Gli Hittiti, stabilitisi in Anatolia derivano il nome da quello della loro capitale Hattusa. Il loro impero si estende verso la Siria e la Mesopotamia. Perfezionano la metallurgia e usano per la prima volta un metallo di cui detengono gelosamente il segreto: il ferro. Sono infine sopraffatti da genti della stessa stirpe che continuano a marciare verso ovest, occupando successivamente i paesi dell’Europa meridionale e centrale fino alle sponde dell’Atlantico. Movimenti questi che interessano però solo i grandi flussi migratori, giacché gruppi limitati, magari di pochi elementi, si spingono nelle più lontane contrade del globo terrestre e ovunque fanno dono delle loro scoperte, consentendo alle diverse razze di intraprendere un autonomo, congeniale discorso di promozione umana. Tutte le civiltà al mondo iniziano da un unico centro, un’unica esperienza. Per quanto possa sembrare incredibile è proprio così. L’archeologia non fa che appurarlo continuamente, sebbene pretendesse fino all’ultimo di ritenere leggendaria la memoria di uomini bianchi all’origine delle maggiori civiltà, tanto dell’estremo oriente quanto dell’estremo occidente. La frequentazione degli iperborei e dei loro discendenti è attestata in tutte le civiltà antiche. L’invenzione della ceramica, dovuta 23.000 p.e.v. al genio degli iperborei, è trasmessa alle genti che abitavano la mezzaluna fertile, il medio oriente, 9.000 anni dopo e da qui giunge in estremo oriente.
Le più antiche ceramiche trovate in estremo oriente sono di produzione mediorientale. Benché antichi manoscritti cinesi del II sec. p.e.v. parlano dei Yuezhi e dei Wusum, nomadi bianchi che vivevano agli estremi confini occidentali, gli storici si rifiutavano di crederci, preferivano pensare a una leggenda, ma hanno potuto farlo finché le aride colline delle Montagne Celesti, nel nord-ovest della Cina, e il deserto di Taklimakan, a sud, non hanno cominciato a restituire centinaia di cadaveri mummificati, dai lineamenti chiaramente caucasici, capelli castano chiaro o biondi, nasi lunghi, occhi incassati e crani dolicocefali, risalenti a 3.000 anni9. Mummie di una comunità nomade, proveniente dalle pianure dell’Europa orientale, che introdusse in Cina manufatti di base, come la ruota e i primi oggetti di metallo, ma anche nozioni di scienza medica.
Un testo cinese del III secolo ricorda Huatuo, un medico straordinario capace, tra l’altro, di estrarre e curare organi malati. Una delle mummie ritrovate presenta tracce di un’ operazione chirurgica sul collo, l’incisione è saturata con crine di cavallo. Insieme alle mummie si è trovato un pezzo di legno appartenuto alla ruota di un carro. La ruota era stata costruita fissando insieme tre assi di legno in parallelo e tagliandole poi in modo da formare un cerchio. Carri con ruote simili a queste percorrevano le pianure dell’Ucraina nel 3.000 p.e.v. Un discorso a parte si potrebbe fare sulla popolazione degli Ainu nel nord del Giappone. Il nuovo continente, le due Americhe, era conosciuto molto prima di Colombo se nell’America del nord sono stati ritrovati ruderi di navi vichinghe, e nelle grandi civiltà del centro e sud America diversi manufatti archeologici europei, tra cui un giocattolo con due ruote in Perù. Circostanza strana in un continente che all’arrivo degli spagnoli mostrava di non conoscere la ruota. Anche la civiltà megalitica fiorita sulle Ande è attribuita dalla tradizione locale, come in Cina, all’arrivo di uomini bianchi, più precisamente a due figure mitiche giunte dal mare: Manco Capac e Viracocha. Il primo, proclamato re, volle per sé e i suoi discendenti l’appellativo di inca che in lingua quichua ha lo stesso significato di aryo, cioè signore. Viracocha, ricordato e venerato come dio portato dal mare, il suo nome significa, infatti “schiuma di mare”, era raffigurato nelle sculture e pitture come un uomo dai tipici tratti europei con una fluente barba rossa.. La circostanza lasciò allibiti gli spagnoli, poiché gli indios non hanno né pelle bianca, né barba, né capelli rossi, e non sospettavano neppure di essere stati preceduti nel nuovo continente da altri europei molti secoli prima. Avrebbero, eventualmente, più facilmente immaginato rapporti con i cinesi, data la distanza geografica e l’affinità biologica tra le due razze. I romani, e prima ancora i vichinghi, i fenici, i greci, erano già stati nelle Americhe. Inca e Atzechi ricordavano ancora, al tempo della conquista spagnola, antichissime relazioni tra amerindi e barbuti uomini bianchi. Infinite testimonianze dimostrano il contributo degli europei nella formazione delle civiltà evolute. Un apporto, contributo mai venuto meno tra occidente e oriente. Sulla base della rilettura di antichi documenti del quinto secolo dell’era volgare e del ritrovamento di vasi di terracotta con disegni di soldati schierati a testuggine (tipica formazione da battaglia dei romani, nei pressi del villaggio Zhelaizhai, sul limitare del deserto del Gobi, sorgeva una città chiamata Liqian (nome usato a quei tempi in Cina per indicare il potente impero romano) e che, molto probabilmente, costituiva una colonia romana. Guang Heng, storico cinese, e Homer Hasepfug Dubs, della Oxford University, osservano che soltanto due altre città cinesi sulla Via della seta è stata fondata nel 53 p.e.v. da legionari al seguito di Licino Crasso nella campagna contro i Parti. Fatti prigionieri e poi in seguito fuggiti, avrebbero gettato le fondamenta di una città- descritta in un libro della dinastia Han- circondata da una doppia palizzata di legno, secondo una struttura caratteristica ed esclusiva dei romani. Un’ulteriore conferma la forniscono gli attuali abitanti di Zhelaizai, dai sorprendenti riccioli castani e occhi chiari. A spingere i romani verso l’estremo oriente era la seta, ma anche il ferro.
Plinio il Vecchio sosteneva che la migliore qualità di ferro era quella prodotta dai “seres”, il nome dato dai romani ai cinesi, dal quale deriva il nostro aggettivo serico e il sostantivo seta. I contatti non avvenivano via terra, a causa dei Parti, acerrimi nemici di Roma, ma per via marittima. Dal Mar Rosso (i porti di Clysma e Berenice, erano collegati alle città carovaniere di Palmyra e Petra) costeggiavano la penisola arabica, toccando il porto di Cana e da qui seguivano il continente asiatico fino alle foci dell’Indo, oppure prendevano il mare aperto, toccando terra alle Maldive, dopo quattro o cinque mesi di viaggio. Uno dei grandi scali doveva essere l’antico porto di Phnam, nel delta del Mekong, dove sono state ritrovate monete romane con le effigi di Marco Aurelio e Antonino Pio. Anche fonti cinesi attestano queste spedizioni. Un documento del 166 e.v. registra l’arrivo di un’ambasciata di mercanti romani a Luoyang, capitale dell’impero, portando in dono corni di rinoceronte, corazze di tartaruga e zanne di elefante. E pensare che fino a poco tempo fa si riteneva che i romani avessero conoscenze geografiche molto limitate, addirittura di non essersi mai spinti oltre la Britannia. In realtà i comandanti di stanza in Britannia iniziarono subito dopo la conquista, una vera e propria opera di esplorazione del Mare del Nord e dell’oceano Atlantico, ritenuti i confini occidentali del mondo antico. Tra l’82 e l’84, il comandante romano Agricola, ricorda Tacito, circumnavigò la Gran Bretagna e localizzò le isole.
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