E’ ormai più che evidente: l’entità egemone in Occidente ha dichiarato guerra al mondo a lei non allineato.

E purtroppo l’Italia, sconfitta nel 1945 e da allora suddita degli angloamericani e del potere oscuro che li comanda, è una sua colonia, una vittima sacrificabile sull’altare della difesa estrema di un ordine atlantico unipolare politicamente e socialmente in rovina.

Incapaci di comprendere come la storia possa cambiare direzione in un attimo, come sia sempre incostante, i fedeli cortigiani dell’anglosfera che a turno ci governano, i cosiddetti liberaldemocratici di destra o di sinistra, già distruttori dello Stato nazionale in conto terzi e nel nome di quel fallito radioso futuro chiamato globalizzazione, continuano a procedere tetragoni, ciechi e ridicoli verso un precipizio senza fondo, verso quell’abisso che si chiama guerra nucleare: niente di più e niente di meno che il totale annientamento dell’umanità.

Eppure già al termine del “Ventennio Unipolare” – e cioè dell’era breve di piena egemonia statunitense sul pianeta iniziata il 26 dicembre del 1991 “con la bandiera rosso-sangue ammainata dai bastioni del Cremlino dal prode Reagan” (così narra la leggenda) e poi incarnata da formalmente da Bush sr., Clinton e Bush jr. e scandita teatralmente dai pellegrinaggi dei ‘politici’ della periferia dell’impero alla corte di Camp David – i sinistri scricchiolii del “Nuovo Ordine” diffusore di pensiero unico, avrebbero dovuto risvegliare dal sonno del pensiero unico le menti più agili ed attivare significative forze alternative nell’agone mondiale.

Così non è stato. Dispersi in mille rivoli di “testimonianza”, di “amarcord”, di battaglie particolari e settoriali non in grado di incidere in alcun modo nella realtà, il campo di battaglia era stato riempito non dai dissidenti ma, al contrario, dai conati della reazione atlantica, dai tentativi di Washington e Londra (o, meglio: di Wall Street e della City) di rattoppare le falle da loro stessi prodotte al proprio dominio.

Il gioco della “Grande Scacchiera” dove far avanzare l’area del potere atlantico predando ogni avversario aveva, nel decennio precedente al nuovo millennio, prodotto ottimi risultati a favore della superpotenza unipolare statunitense e del Regno Unito, suo subagente tardoimperiale. Con una Russia ridotta a mendicare acquirenti per le sue industrie d’avanguardia, per le sue materie prime; gli ex Stati sovietici dell’Unione (URSS) diventati pascolo di rapina delle materie prime; la Cina e l’estremo oriente “reinventati” come fonti di manodopera e di produzioni a basso costo e legati con un cappio al commercio e al sistema monetario internazionale fondato sul dollaro e, in percentuale minore, sulla sterlina; l’Europa occidentale privata di ogni spazio di libertà economica e monetaria, irreggimentata nel ruolo di gurkha dagli organismi di controllo culturale e liberista “sovranazionali” (Omc, Fmi, Banca Mondiale, Ocse, le ong e tutte le frattaglie dell’Onu) e tornata militarmente soggetta e suddita della OTAN/NATO; il nostro Vicino Oriente (“Medio” per gli atlantici) oggetto di cure golpiste – a colpi di guidate “rivoluzioni” arancioni, colorate, primaverili o di diretti interventi bellici – e di rapina del loro patrimonio di materie prime, gas e petrolio, soprattutto; l’Africa nera (continuerò sempre a definirla così, n.d.r.) oggetto di neocolonialismo predatore politico-militare-economico da parte di ogni tipo di conglomerato liberista multinazionale; l’America Latina un “cortile di casa” lasciato in abbandono per qualche tempo ma ogni tanto (Granada, Panama, Perù, Argentina) rimesso, come dire?, in riga…

E l’Italia, l’Italia… ridotta a brandelli. Soffocata nelle sue spinte di rappresentanza del mondo non allineato e dei popoli oppressi (una stagione di una certa ritrovata dignità quella dei Moro e Craxi contrapposti ai diktat delle Sette Sorelle e a difesa dei palestinesi o a favore di una totale moratoria o annullamento del debito nazionale dei Paesi più poveri del cosiddetto Terzo Mondo). Rapinata di ogni impresa – privata o pubblica – strategica essenziale nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, della siderurgia, della cantieristica e dell’aerospaziale, fatta ritornare allo stato coloniale postbellico prima a colpi di stragi e di terrorismo – il bastone – e quindi allettata e domata con la carota della “società aperta”, dello spettacolo, dell’edonismo transumano e ineluttabilmente “progressivo”.

Ma d’un tratto – la famosa virgola che muta la Storia… – il meccanismo del “radioso futuro liberista e mondialista” si è, appunto, inceppato e la costruzione del “nuovo ordine” ha mostrato le prime crepe.

Immediato, 25 anni fa il ricorso al maglio militare, quella OTAN/NATO dell’Alleanza Atlantica, già ibernata in attesa di riutilizzo.

La piccola Serbia, difatti, si era ribellata al ridimensionamento, o annullamento, della sua presenza nazionale. Distrutta la Jugoslavia con la re-invenzione di una Slovenia e una Croazia fedeli suddite d’Occidente (nonché ‘guardiane’ di un’Italia espulsa dal suo Adriatico orientale da Churchill e Roosevelt nei colloqui di Casablanca), già privata della Krajna serba nelle Alpi Dinariche, sconfitta militarmente e criminalizzata la Repubblica Srpska bosniaca, scossa dalla solita “rivoluzione” (sic) arancione, si trattava ora di difendere il Kosovo Metohjia, la sua provincia già culla della rinascita della nazione serba contro la conquista turca dei Balcani. Fu quella, era il 1999, la prima guerra di aggressione angloamericana, atlantica, nel cuore dell’Europa, dopo il secondo conflitto mondiale.

Da quell’anno, la Storia aveva cambiato dunque direzione. Fummo in pochi, veramente in pochi, a sottolinearlo. L’utilizzo della Nato, l’aggressione militare in spregio ad ogni norma del diritto internazionale, l’invenzione di una nuova entità statale, albanese, non riconosciuta dall’ONU, non era che parte di un unico disegno di controllo mondiale delle nazioni e, di pari passo, delle principali linee di trasferimento delle essenziali forniture di energia. Come fummo in pochi, veramente in pochi, a protestare per l’innescata spirale di guerra e e per le ondate di pilotata destabilizzazione dell’Africa del nord e del Levante a noi prossimo.

Ricordiamo velocemente le fondamentali fasi vissute dagli USA dall’acme all’iniziato tramonto della sua egemonia.

1) L’URSS si disgrega. Al crollo del gigante dell’Est aveva partecipato con alacre determinazione “l’ultimo comunista”, il lodato – dall’Occidente – Mikhail Gorbaciov, sostituito con un ‘cliente’ liberista dell’Occidente, Eltsin.

  • Intervento indiretto anti-russo e teoricamente filoislamico degli atlantici tramite la leva tagika in un Afghanistan laico che aveva chiesto a Mosca il suo sostegno contro la guerriglia fondamentalista pashtun. Mossa ritenuta vincente dagli USA nel gioco della “Grande Scacchiera” (così Brzezinski, l’eminenza grigia della politica estera di Washington, indicava l’assedio a Mosca e gli interventi di sostituzione egemonica degli USA negli Stati ex sovietici dell’Asia centromeridionale e cioè la rapina delle ricchezze tecnologiche e produttive dell’ex URSS).
  • Espansione della NATO e dell’Unione Europea – trasformata, con l’ingresso del Regno Unito nella ex “Comunità Europea”, in un’estensione totalmente atlantica e soggetta alle “regole” liberista del commercio e della finanza internazionale – nell’Europa centrale, balcanica e orientale.
  • Globalizzazione pilotata dell’OMC/WTO; nuovo ruolo finanziario di emergenza per il FMI con conseguente aumento del debito dei Paesi terzi; funzione di ‘apripista’ per la Banca Mondiale contro la cosiddetta “corruzione internazionale” che già con Transparency International (il centro di pressione guidato da Robert McNamara ex ministro USA della guerra al Viet-Nam e già presidente della B.M.) era lo strumento utilizzato da chi governa l’anglosfera per cancellare – Britannia docet – a colpi di liberalizzazioni e privatizzazioni le indesiderate presenze “pubbliche” nella gestione delle economie e nel governo degli Stati nazionali “alleati”: richiamati – costoro – alla più consona e adeguata figura di satelliti o colonie.
  • Rimodulazione dell’est asiatico con un ridimensionamento delle economie d’assalto (le ex “tigri”) e limitazione – da Taiwan al SudCorea, dalla Malesia/Singapore all’Indonesia – delle loro sfere d’influenza produttive e tecnologiche. Estremo Oriente da interessare o a una competizione nippo-cinese o, più direttamente, da delegare all’emergente predominio della Cina, non a caso dichiarata dal disgelo in poi la “Nazione più favorita” dagli Stati Uniti. Una Cina da legare, però, a robusti nodi scorsoi finanziari e monetari.
  • Con il completamento della disgregazione della Jugoslavia, con il tramonto dell’era di Eltsin, con le guerre in Cecenia, con il conflitto NATO in Kosovo, giunge però l’elezione di Vladimir Putin alla presidenza della Russia, evento che isi manifesta come un giro di boa nella politica internazionale. La Russia torna gradualmente al suo ruolo di grande potenza servendosi della sua ricchezza di materi prime per restaurare la forza delle sue istituzioni.
  • In una manciata di anni nuovi attori emergono sulla scena idel mondo. Innanzitutto India e Pakistan i quali, sfidando le catene del Trattato di non proliferazione, diventano potenze nucleari. Israele lo era già nel silenzio complice dell’Occidente, la Corea seguirà i primi due Paesi dell’Asia meridionale e anche l’Iran diventa un ospite – indesiderato dagli angloamericani – che bussa alle porte del non più ristretto clan nucleare.
  • L’11 settembre scuote gli Stati Uniti. Il popolo degli Stati Uniti. E’ la ripetizione, in enorme dimensione, di un attentato che già aveva avuto come obiettivo lo World Trade Center, il cuore della finanza internazionale. Quasi un avvertimento da “scontro tra civiltà” (il nuovo terreno culturale di una battaglia antislamica intervenuta, sotto la supervisione di Huntington, a far piazza pulita delle tesi millenariste di “fine della storia” diffuse da Fukuyama a commento dell’avvento – non esattamente conseguito – di un nuovo ordine unipolare statunitense del mondo). Oppure un grave atto terroristico intervenuto – che coincidenza… – proprio alla vigilia di un previsto crack della cosiddetta “finanza creativa” pericoloso per la stessa tenuta del sistema iperliberista. Evitando così una deflagrazione strutturale in grado di far crollare non una o più società di capitali, ma interi Stati nazionali. Un 11 settembre che segnerà comunque il formale inizio del tramonto della potenza USA appena da una decade autodichiaratasi “egemone” nel pianeta.
  • La crisi “americana”, degli States, comincia a rotolare su se stessa tra conflitti diretti (quello clintoniano del Kosovo, uno “Stato” inventato predando la terra dei serbi della quale Belgrado ‘persevera’ a rivendicare la sovranità; quello in Afghanistan iniziato sconsideratamente da Bush jr e finito nell’ignominia nel 2021, mallevadore Biden; quello contro l’Iraq, iniziato sempre da Bush jr. e giunto alla vigilia di una sconfitta politica sul campo, con la richiesta di immediato ritiro comunicata dal governo creduto satellite sempre a Joe Biden) e rivoluzioni colorate o primavere arabe (da Belgrado a Kiev, da Astana a Teheran, da Tunisi al Cairo: tutte concluse non esattamente secondo i desiderata occidentali: è difatti Mosca a guadagnare in quelle terre, e nel nord Africa in generale, considerazione e nuove alleanze), tentati golpe – quello anti-Erdogan in Turchia, ad esempio, con un inatteso (dall’Ovest) effetto-boomerang finale – e ancora guerre indirette, con la Francia alleata di Obama contro la Libia, con le cellule manipolate di al Qaida, dell’Isis e con Israele contro la Siria che tuttavia resiste, anche grazie all’alleanza con la Russia, con l’Arabia saudita sostenuta da Londra (e da Washington), contro lo Yemen sostenuto dall’Iran che nonostante il cumulo di sanzioni e lo strangolamento finanziario è restato in piedi e anzi intesse legami sempre più stretti con Mosca. Altro che “realizzazione definitiva del Sogno Americano”: è Mosca che torna a essere l’Incubo degli angloamericani. Tanto più ora che il “destino manifesto” di un mondo unipolare, nord “americano” viene messo in discussione dalla prepotente irruzione sulla scena del mondo di altri protagonisti: la Cina, l’India…
  • Per gli USA, tuttavia – a differenza del Regno Unito, più tetragono nemico di Mosca – non è soltanto la Russia ma anche la Cina a rappresentare per l’egemonia atlantica una superpotenza emergente difficile da controllare. Al termine del più lungo assedio mai operato contro una nazione – iniziato dagli inglesi contro il Celeste Impero e parzialmente concluso da Kissinger – era stato infatti imposto alla Cina il nodo scorsoio del sistema capitalista attraverso la sua trasformazione in una indecifrabile entità “liberal-comunista” fondata sui dollari e sulle ‘obbligazioni’ occidentali detenuti dal Tesoro di Pechino e frutto delle esportazioni e degli investimenti strutturali cinesi sparsi in tutti i continenti ma “controllati” da chi tira le fila dei mercati finanziari, monetari, azionari e delle merci del mondo. Tuttavia l’accelerato percorso cinese di industrializzazione e di sviluppo tecnologico e commerciale è stato accompagnato da un rinnovato maggiore impegno nel settore militare e nella graduale costruzione di una linea di accentuata indipendenza politica e di alleanze internazionali. Gli sviluppi di politica economica tracciati dal cosiddetto “gruppo di Shangai” – anche e soprattutto con l’interlocutrice preferita di Pechino, Mosca – in un pugno di anni si duplica e amplia nell’alternativa BRICS (inizialmente limitata a Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ora con Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti) come nuovo polo o sistema del commercio e delle economie del mondo. Mettendo così a rischio il pilastro di comando dell’Occidente angloamericano: il sistema finanziario internazionale fondato sul dollaro e, minoritariamente, sulla sterlina. Non è poco. Ma non è tutto.

In verità è sempre difficile per un attore protagonista in declino cedere il passo a un competitore: se questo protagonista, poi, non calca le scene di un teatro ma il vertice del mondo, non è nemmeno arduo ma assolutamente impossibile. Tenterà di tutto pur di non perdere potere. Di qui la decisione USA di continuare a coltivare uno stato di guerra diffusa e/o di destabilizzazione nel mondo.  

Lo strumento bellico è, di certo un modo estremo per risolvere una crisi generale, sia essa economica o anche puramente sociale. Se porta a una vittoria si guadagnano anni e anni di supremazia;  se innesca un conflitto endemico in aree sensibili magari utilizzando forze “estranee”, ritarda quantomeno l’accelerazione di una crisi generale , esterna e interna; se conduce alla sconfitta… almeno sarà servito a esorcizzarne l’avvento per qualche tempo,

Gli anni di Obama (2009-2017), concepiti da chi tira le fila di Wahington, come adatti ad esorcizzare una perdita generale di credibilità degli Stati Uniti d’America, si sono rivelati in ambito interno un semplice compendio di incertezze sul contrasto ai crolli bancari, alla bolla immobiliare, alla crisi sociale: i suoi interventi non hanno infatti né bloccato la catena di bancarotte bancarie né tantomeno interrotto – eppure si trattava di un afroamericano, un avvocato che “tutelava i diritti civili”… – quel vero terremoto interno agli States nato appunto nel 2013 e firmato BLM (Le vite dei Neri Contano).   Al quantomeno bizzarro Nobel  per la pace Barack Obama, a non restava che lo strumento delle rivoluzioni colorate e delle guerre dirette e indirette, in Siria, in Libia, “asimmetriche”- come si dice oggi – e non.  Nei suoi anni esplodono le “primavere arabe”, Tunisia ed Egitto in particolare, si da’ di nuovo fuoco in Ucraina, alle porte della Russia, alla inevasa “rivoluzione arancione” di qualche anno prima. trasformata nel golpe detto EuroMaidan del 2014 grazie alle manovre di quella Victoria Nuland, alter ego della feroce e arrogante Hillary Clinton, vero e proprio perno della politica antirussa del sistema dem statunitense, artefice del  controllo della Casa Bianca su Kiev e della politica di distacco dell’Europa occidentale – distruzione del gasdotto North Stream 2 inclusa – dalla collaborazione economica con Mosca

Ruolo di aperta aggressione contro la Russia subito ripreso non appena terminata negli USA la prima parentesi Trump. Un presidente che per quattro anni aveva poi dirottato la politica del gigante americano sulla tutela di una ripresa interna, sul ritorno ad un’economia produttiva, sul blocco all’immigrazione dal Sud e dal Centro America, su un alt all’ampliamento delle delocalizzazioni in Cina e degli investimenti di Pechino negli asset e nelle proprietà di imprese strategiche occidentali e sull’allentamento dei vincoli militari esterni (Nato), pur mantenendo un’alleanza inossidabile con Israele.

E giungiamo ad oggi, a questi ultimi anni di formalmente sbiadita, ma concretamente pericolosissima, gestione Biden della Casa Bianca. Con il mondo spettatore de terzo anno di guerra in Ucraina e, dal 7 ottobre del 2023, dell’ ultima guerra israelo-palestinese.

Intanto è ormai palese al mondo intero che Joe Biden, lo svampito “nonno Joe”, non possa assolutamente essere la reale guida degli Stati Uniti d’America. Tanto più in un momento così delicato, tra guerra indiretta a Mosca, diretta contro lo Yemen degli Houthi, allargamento della NATO fin alle porte della Russia, sollecitazione di più stretta intesa politico-militare con l’Unione europea, attivazione dell’alleanza militare con Giappone e Filippine in funzione anticinese e antirussa e, ultimo ma non ultimo, sostegno totale, salvo timide astensioni ONU sulla condanna di evidenti stragi, al pilastro, alleato e mentore degli Usa, Israele.

E, di contro, con una pubblica opinione mondiale attonita spettatrice di un confronto in corso proprio lì sul burrone della catastrofe nucleare.

Sì. Per gli USA si tratta dell’Ultima Chanche (toh: è il titolo dell’ultimo saggio scritto, prima di morire, da Zbignew Brzezinski…)

Risultata vana la guerra per procura (il brutale impasto tra armi e consulenti occidentali e carne da cannone ucraina) che si dichiarava già “vinta” (sic) l’anno scorso di fronte a un avvenuto riposizionamento russo ma che ora registra al contrario continue sconfitte, la potenza tuttora egemone in Occidente ha deciso di tentare il tutto per tutto.

Nel Mar Rosso, contro Sana’a e lo Yemen, l’ordine per una serie di bombardamenti angloamericani contro ben 1500 moschee e altri obiettivi tra ospedali, abitazioni e aeroporto internazionale, con 1800 vittime. Un atto di guerra ignorato dai media occidentali ma da iscrivere nel quadro dell’alleanza tra atlantici e Tel Aviv contro l’unica nazione araba che ha “osato” impugnare le armi per isolare e combattere Israele.

Quindi la grave doppia destabilizzazione a Mosca e a Niamey, in quel Niger che si è appena dichiarato amico e alleato della Russia.

Il primo attentato, la grande strage nel Crocus City di Mosca, era stato preannunciato addirittura in un “teatro” dalle cancellerie atlantiche ed è stata una palese ripetizione orchestrata e amplificata degli attentati perpetrati da bande di Kiev  alla intellettuale nazionalista Daria Dugina e al giornalista Vladlen Tatarski.

Massacro costruito a tavolino, con l’arruolamento di terroristi a dir poco molto discutibili (stragisti per denaro, attentatori “islamici” in un venerdì di Ramadan, tagiki arruolati in quell’Is – Isis  – che ormai è in guerra ovunque contro ogni nemico… degli Usa e di Israele) evidentemente voluto per scuotere il granitico consenso del popolo russo per il suo presidente, Vladimir Putin, appena certificato dalle elezioni.

A latere l’ignorato attentato nella capitale nigerina

Due atti terroristici perpetrati all’indomani di “visite” della solita Nuland a Kiev e Niamey.

Non è tutto. Come dichiarato in patria dallo stupefatto ungherese Orban, Bruxelles stessa si è mobilitata a tutto tondo: vi si respira aria di guerra, i politicanti – lì parcheggiati soltanto per rastrellare un’estrema cadrega – parlano e straparlano di azioni militari, ipotizzano di destinare 50 miliardi di aiuti bellici all’Ucraina distraendo dalla loro legale proprietà le somme, gli interessi, i profitti di beni russi congelati con le vergognose sanzioni… Senza calcolare affatto quella che nel caso sarebbe la risposta di Mosca: quantomeno uguale e contraria appropriazione di beni e quote di proprietà di cittadini o enti dei Paesi eventualmente autori del misfatto. Ma con conseguenze ben più gravi per le economie europee, non ultima una svalutazione della moneta comune, l’euro.

Manca ancora un passo.

Ugo Gaudenzi

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