
Al mondo muto, privo di voce, insignificante e morto della concezione ebraico cristiana, Bruno oppone la verità del cosmo animato e divino, ordine sacro abitato dal respiro di una vita infinita ed inesauribile. Immanenza del sacro nella smisurata ricchezza e varietà di forme dell’universo, e non smembramento dell’unità nei piani e categorie dei distinti. C’è la verità della vita, della sola vita eternamente identica a sé, pur nel mutamento delle forme, nel ciclo vicissitudinale delle rinascite.
L’io non è che una illusione che divide dalla santità della vita universale nella quale fondersi in uno slancio eroico d’amore e di sapere insieme. Una illusione responsabile della degenerazione degli uomini in orrende “macchine deliranti”, eternamente preda di passioni cieche e rovinose, mai paghe di denari e piaceri.

L’uomo inchiodato al livello più basso delle sue possibilità, illustrato da Bruno nel Candelaio. L’anima individuale non è solo il portato di un’illusione, più ancora è il subdolo, deliberato inganno, scientemente predisposto a separare, dividere l’uomo dalla natura, dal cosmo, impedirgli di comprendere il logos, di trovare salvezza affidandosi ad esso. All’ombra di uno strumento di morte, la croce, può esserci solo alterità, antagonismo, miseria esistenziale, sofferenza irrimediabile per tutti, per le vittime quanto per gli aguzzini. L’uomo limitato al sé, incapace di cogliere la propria essenza spirituale non ha alternative alla sofferenza se non nell’alienazione di un’oltre vita. Nell’inferno la diversità di ruolo non sopperisce alla divisione dal divino.

| O. Rosai, L’uomo crocifisso |
Nello Spaccio de la bestia trionfante il Cristo seduce l’uomo nell’errore contrapponendo cielo e terra, rivelazione e coscienza, impedendogli di portare a pienezza la scintilla del divino che costituisce la sua essenza. Seduce e allontana dalla possibilità di sentire il divino che abita in lui, di sentirsi lui stesso parte del principio che anima il mondo e tutto riempie di sé, con l’inganno di una vita altra. L’asino, protagonista per tanti versi dello Spaccio de la bestia trionfante non è che l’esito del discorso demoniaco, l’inconsapevole che si lascia inchiodare a un illusorio mondo di dolore.
Una condizione soffocante dell’esistere, dalla quale si può e si deve uscire, riscoprendo le fonti originarie e profonde della verità, la sapienza più elevata dei padri, mirabilmente esposta dai presocratici, in un tempo anteriore ai primi sintomi della decadenza ellenica. Non un tornare indietro ma un ritrovarsi nella sapienza del logos, nella verità che è sempre il presente della vita eterna. La sapienza presocratica come espediente per dare fulgore alla scintilla divina in noi.

L’idea del Cristo come demonio non è una novità bruniana, tutta una tradizione la conferma, percorre tutti i tempi dell’era volgare.
Già dai primi anni dell’elezione del cristianesimo a unico credo consentito, chi si trovava costretto ad abbracciarlo per sottrarsi alla condanna a morte, cercava ,di difendersi dall’influenza negativa del demone in croce attraverso il gesto-fica, tradizionalmente rivolto ai demoni. Il pugno chiuso con l’indice che fuoriesce tra l’indice e il medio, allude all’atto sessuale.
La fiducia nell’efficacia apotropaica del gesto si spiega con la convinzione che i demoni, creature spirituali asessuate, rifuggano da qualsiasi allusione sessuale. Motivo che spiega anche la presenza nei graffiti alpini, accanto a pentagrammi e simboli cristiani, segni indicanti gli organi genitali. Nelle raffigurazioni medievali della Passione appare quasi sempre nel corteo della via crucis, almeno uno che nasconde la mano destra, stretta nel gesto-fica.
Giosuè Carducci, il vate della bellezza solare, della primitiva sanità naturale, della libertà, definisce il Cristo, nella poesia Alle fonti del Clitumno, “Galileo di rosse chiome”. Il colore dei capelli è esplicativo. Non si è mai visto un arabo con i capelli rossi, il colore ha valenza simbolica, lo assume per rendere la figura demonica del Cristo, immaginato nell’atto di ascendere le scale del Campidoglio, con intenti devastanti, mentre il vento guizza i lunghi capelli in fiamme infernali. Sale sul colle, si proclama crocefisso per crocefiggere la vita, quindi “fece deserto, et il deserto disse regno di Dio”. Un tema cui ritorna con Voce dei preti: “Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,/ quando vessil di servitù, la Croce/ e campion di tiranni apparve Cristo!”.
Da allora la maledizione ferisce la vita, l’amore, il lavoro. Niente è più come prima da “quando una strana compagnia, tra i bianchi / templi spogliati e i colonnati infranti, / procedé lenta, in neri sacchi avvolta, litaniando.” Non rovine, ruderi di un tempo spento, ma vita, potenza delle origini da riscoprire per vivere consapevolmente la contemporaneità. Per Carducci un’aura sacra avvolge i segni marmorei, quasi in vigile aspettazione del rifiorire del genio della stirpe. Ma pur nell’infelicità del presente, la santità del logos splende nella natura che consente di “annegare la coscienza” in un “nirvana di splendori e di suoni”. (Giosuè Carducci, In una chiesa gotica, prosa del 1883)
In un’altra poesia Carducci sembra contraddirsi, eleva un inno proprio a Satana, il principe dei demoni, ma non è così. Nell’interpretazione di Benedetto Croce, L’Inno a Satana rovescia felicemente il fantoccio aberrante del diavolo (sadico, lussurioso, bestiale, malefico), inscenato dalla chiesa cristiana, cattolica, protestante contro il libero pensiero. Il Satana dei preti è l’emblema della vitalità esorcizzata e castigata, dell’intelligenza repressa, della libertà conculcata. Carducci rimedia a una mistificazione, a una subdola inversione di valori. Nel Satana dei preti ritrova il grande Pan, benefico e salvatore, da opporre alla radice del male, all’autentico Satana che si nasconde in Cristo e nei suoi adepti. (Benedetto Croce, Giosuè Carducci – Studio critico, Bari, Laterza 1953). Satana è per Carducci la rivolta della ragione al principio dogmatico, l’unità di materia e spirito, di senso e ragione. La rapidità del progresso tecnologico, la velocità dei moderni mezzi di trasporto avrebbero finito con lo sconvolgere i ritmi e le abitudini arcaiche. Questo preannunzia il poeta. Satana è così anche l’allegoria della locomotiva che fischia e quasi irride al martellare delle campane.

| Lucifero, spirito della Luce |

L’Inno a Satana celebra il principio contrapposto al Cristo, quello stesso che ispira Panteismo e Il bove, simbolo della provvida, buona e solenne natura, quale si svela nella maestosa immobilità statuaria, quanto lento, dolce movimento nell’arare la terra.
Carducci fa di Satana il simbolo dell’unità di materia e spirito, di senso e ragione, della rivolta della ragione contro il principio dogmatico, e ancora, lo spirito benefico e salvatore da opporre alla radice del male, all’autentico Satana che si nasconde in Cristo e nei suoi adepti. (B. Croce, Giosué Carducci, Studio Critico, Laterza, Bari 1953)
Giovanni Luigi Manco
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