I libri lavorano lentamente, come la storia, ma inesorabilmente alla fine rendono giustizia. L’intera opera di Malaparte è stata interpretata più correttamente a seguito di veri e propri sconvolgimenti nazionali e internazionali e finalmente lontani dai tempi in cui con troppa superficialità questo “maledetto toscano” veniva bollato in base a stereotipi fascisti, comunisti e piccolo-borghesi.

La verità è che Malaparte è stato profeta di molti fenomeni politici, culturali e sociali. Interventista e dannunziano ai tempi del liceo Cicognani di Prato; massone e repubblicano fino al 1923 (era stato segretario giovanile del partito repubblicano di Prato); fascista sansepolcrista e rivoluzionario fino al punto di sfidare le alte gerarchie del partito, colpevoli di essere clericali e reazionarie; socialista, comunista e chissà cos’altro dopo la caduta di Mussolini e negli anni del dopoguerra.

Malaparte ha inseguito sempre e soltanto un suo preciso credo: quel modello socialista e sindacalista, farcito di sano nazionalismo, che potesse divorare le decrepite monarchie del vecchio continente (assistite dalle chiese cattoliche, protestanti e ortodosse, ormai nemiche dei popoli) e capace di difendere la nuova Europa, intesa come futura Patria, dal liberismo capitalista da una parte e dal comunismo bolscevico antieuropeo, dall’altra. Un uomo che non esitò ad arruolarsi volontario in entrambe le guerre mondiali. Nel corso della prima guerra mondiale fu il suo spirito garibaldino e risorgimentalista a prevalere. Si trattava di portare a compimento l’unificazione nazionale con la liberazione delle nostre regioni orientali e di riprendere il discorso, in nome degli ideali della rivoluzione francese, interrotto nel 1815: quello dell’Europa delle Patrie. Proprio questa prima esperienza di guerra gli lasciò un forte amore per la Francia e lo mise a contatto con uomini votati al combattimento, al rischio e al culto dei miti: l’ambiente dal quale sarebbe nato il fascismo.

Durante la seconda guerra mondiale, invece, si trattava di combattere per il trionfo del socialismo nazionale (la fase successiva della rivoluzione fascista) e per la difesa della nuova grande Patria Europea, messa in pericolo dai due colossi anglo-americano e sovietico. Il suo fascismo traeva le radici dalla “rivoluzione francese” (una Patria libera dai vincoli monarchici e clericali) e si sviluppava attraverso una lettura libertaria del sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Proudhon. Si collocava quindi all’estrema sinistra del movimento, quella decisa ad operare una profonda trasformazione dei rapporti sociali, economici e politici.

Malaparte ha sempre immaginato una grande Patria Socialista dove l’Idea Nazionale doveva rappresentare un valore irrinunciabile. Il concetto di appartenenza e i destini dei popoli dovevano caratterizzare il cammino della storia. La storia, come aveva cercato di far credere Carlo Marx, non poteva essere letta in chiave dialettica tra classe operaia e classe padronale, ma come eterno conflitto tra etnie e, quindi, come scontro fra i popoli per la supremazia. Se Malaparte avesse vissuto gli anni caldi del dopo sessantotto, probabilmente avrebbe parlato di Lotta di Popolo e non cero di Lotta di Classe.

Quando nel 1925, il difficile periodo del dopo Matteotti, il governo fascista adottò i provvedimenti per domare gli avversari, Malaparte non esitò a sfidare le alte gerarchie e il Duce stesso: “Non ci piacciono, non sono provvedimenti d’ordine rivoluzionario, ma d’ordine poliziesco e reazionario. O l’on. Mussolini attua la volontà rivoluzionaria delle province o rassegna il mandato assegnatogli. O con Noi o contro di Noi”. In questo passo si possono già intuire i motivi che porteranno in seguito Curzio Malaparte ad allontanarsi dal fascismo più conservatore.

Le sue esperienze, sempre di brevissima durata, irrequiete del dopo guerra con socialisti, repubblicani e comunisti ebbero il solo effetto di deluderlo profondamente. Rimase soprattutto disgustato dall’antifascismo, una sorta di barriera demagogica contro la quale si scontravano verità e speranza di giustizia.

“GLI UOMINI, DOPO IL 1945, NON SANNO CHE FARSENE DELL’ORDINE CAPITALISTA, COMUNISTA E CATTOLICO. NON VOGLIONO SERVIRE NESSUNA CHIESA. NON CREDONO PIU’ A NIENTE. HANNO PERFETTAMENTE RAGIONE DI NON CREDERE PIU’ A NIENTE”.

Grande fu, successivamente e fino alla morte, la sua ammirazione per la nuova Cina di Mao e per il giovane popolo cinese. Un sistema politico nel quale trovava realizzazione il modello da lui sempre sognato. Mao aveva messo in pratica quello che altri non avevano neppure osato pensare. Una rivoluzione che permise ad ogni cinese di credere nella sua Patria, nelle sue radici e di essere parte integrante di un grande popolo. Il socialismo nazionale aveva finalmente trovato la sua applicazione politica concreta.

Non ci sono stati “tanti” Malaparte, come quasi tutti hanno tentato di far credere, ma soltanto un eterno giovane alla disperata ricerca del suo modello etico di Stato. Uno Stato nazionale che, ereditando i valori della rivoluzione francese, si facesse interprete del progetto napoleonico di Europa. Un progetto che, attraverso gli strumenti del sindacalismo rivoluzionario e di una nuova classe produttrice e socializzatrice, fosse capace di sviluppare quel modello socialista e nazionale in grado di rifiutare i falsi miti del paradiso del socialismo reale prospettato dall’Unione Sovietica e di quel libero mercato di stampo anglo-americano.

REPUBBLICANESIMO, LAICISMO, PARTECIPAZIONE DIRETTA DEI CITTADINI, SOCIALISMO E NAZIONE EUROPA: questi cardini sui quali poggia il messaggio politico di Curzio Malaparte.

Massimo Tosti

VINCITORI E VINTI

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori. Tutto il mio cristianesimo è in questa certezza, che ho tentato di comunicare agli altri nel mio libro “La pelle”, e che molti senza dubbio per eccesso di orgoglio, di stupida vanagloria, non hanno capito, o han preferito rifiutare per la tranquillità della loro coscienza. In questi ultimi anni, ho viaggiato spesso e a lungo nei paesi dei vincitori e in quelli dei vinti, ma dove mi trovo meglio, è tra i vinti. Non perché mi piaccia assistere allo spettacolo della miseria altrui, e dell’umiliazione, ma perché l’uomo è tollerabile, accettabile, soltanto nella miseria e nell’umiliazione. L’uomo nella fortuna, seduto sul trono del suo orgoglio, della sua felicità, della sua potenza, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante”.

Curzio Malaparte

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