(di Massimo Tosti)

Si vuole, con questa breve nota storica, portare alla luce l’inquietante dibattito fra le diverse, e non di rado conflittuali, anime del fascismo: fra esse quella più rivoluzionaria era la cosiddetta “sinistra fascista”. Seguendo il “fiume carsico” della sinistra fascista oltre la fine del ventennio, fin dentro gli anni Settanta.

Un forte spirito antiborghese e anticapitalistico, un’idea della politica come rivoluzione, l’obiettivo di una democrazia popolare totalitaria di radici rousseauliane caratterizzano questo fascismo che trae le sue origini nel sindacalismo rivoluzionario d’anteguerra e trova il suo habitat nelle strutture sindacali e nelle organizzazioni giovanili universitarie.

Con la seconda guerra mondiale i fascisti di sinistra scelsero spesso sponde opposte: alcuni rimasero fedeli al proprio essere fascisti, altri al proprio essere rivoluzionari ed entrarono nel partito comunista, dove occuparono anche posti di prestigio.

Ma torniamo indietro, fino al marzo del 1919, quando tutto ebbe inizio con l’incontro-confronto tenutosi a Milano in Piazza San Sepolcro (donde l’appellativo di sansepolcristi) fra le componenti che tennero a battesimo i “Fasci di combattimento”.

Le componenti erano così suddivise: A) socialisti massimalisti di Michele Bianchi B) sindacalisti rivoluzionari di Filippo Corridoni e Alceste De Ambris C) Repubblicani mazziniani di Italo Balbo D) futuristi di Tommaso Marinetti E) Anarchici di Leandro Arpinati.

Tutte facevano riferimento all’ex direttore del quotidiano socialista L’Avanti, Benito Mussolini.

Il movimento che da loro sortì rappresentò il fascismo della prima ora, con un preciso programma politico: sovvertire l’ordine borghese, il capitalismo, la finanza internazionale e lo sfruttamento operato dagli usurai ai danni del popolo. Il tutto al fine di edificare sulle macerie del vecchio mondo liberaldemocratico la giovane civiltà del lavoro organizzata nell’ordine corporativo.

Contrario anche al brutale collettivismo comunista, limitato ad una visione materialista che nega ogni riferimento all’identità storico-etnica delle stirpi, il fascismo rivoluzionario intende costruire una comunità di popolo nella quale vengano fusi, in una sintesi totalitaria, la modernità e la tradizione, il socialismo e il nazionalismo, le aristocrazie eroiche e le masse popolari.

Quando nel 1922 il fascismo prese il potere, la componente di sinistra era ancora maggioritaria ma per dare corso ad una svolta sociale significativa era necessario attendere le elezioni del 1924. Proprio il successo ottenuto dal listone Nazionale nell’aprile del 1924 permise a Mussolini di programmare una formazione di governo all’interno della quale sarebbero stati chiamati a farne parte socialisti e altri partiti della sinistra moderata.

Il delitto Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, organizzato con tutta probabilità da personaggi che facevano capo ad influenti gruppi industriali fece crollare il progetto mussoliniano di un governo di sinistra. Gli autori dell’assassinio di Matteotti, legati allo squadrismo fascista, furono quasi sicuramente scelti ad hoc dagli ambienti succitati per far ricadere la responsabilità dell’omicidio sul fascismo e in particolare su Benito Mussolini.

Per il fascismo e per l’Italia iniziò da quella data un’altra storia, fatta di compromessi e di scelte condizionate che avrebbero bloccato ogni tipo di sviluppo politico e sociale, così come era stato programmato. Il fascismo di sinistra diventò, con gli anni, una corrente minoritaria non più in grado di partecipare attivamente alla vita del partito e del Paese. la sua sopravvivenza, comunque, continuò incessantemente a garantire il contributo necessario a taluni ambienti del sindacalismo e dell’anima socialista del partito.

Legati alla sinistra fascista rimasero taluni circoli toscani dove personaggi di spessore, quali Curzio Malaparte e Alessandro Pavolini, continuarono la loro opera culturale attraverso le colonne de “IL BARGELLO”, sognando una futura rivoluzione.

Negli anni che seguirono, pur dovendo difendersi dalle componenti borghesi e conservatrici del suo stesso partito che tentavano in ogni modo di indirizzarlo verso Gran Bretagna e Francia, Benito Mussolini cercò in ogni modo di mantenere vivo lo spirito socialrivoluzionario del fascismo delle origini.

Tra la fine degli anni Venti fino al 1936 tenne aperto, anche grazie al lavoro dell’amico di sempre Nicola Bombacci, il dialogo con l’Unione Sovietica, un dialogo fatto di collaborazione economica e politica finalizzato al progetto di unificazione delle due rivoluzioni.

Personaggio singolare Nicola Bombacci: uomo di fiducia di Mosca, tra i fondatori del partito comunista nel 1921, aderì alla RSI attratto dal progetto della socializzazione, progetto con il quale si andava a chiudere il cerchio: lavoratori e imprenditori insieme per costruire lo Stato Corporativo e Sociale. Non più classe operaia da una parte e capitalismo dall’altra, ma una volontà ferrea di dare vita ad una comunità di popolo all’interno della quale l’interesse dello Stato diventava dominante.

Nicola Bombacci morì a Dongo nel 1945, fucilato dai “suoi compagni”, per rimanere accanto al suo amico di sempre.

Non si può dimenticare, a tale riguardo, la lettera inviata nel 1936 da Palmiro Togliatti ai “compagni in camicia nera”, lettera con la quale “Il Migliore”, così veniva chiamato Togliatti dai suoi sostenitori, esortava i rivoluzionari fascisti ad unirsi ai compagni comunisti per portare avanti il programma sansepolcrista del 1919.

Dopo il 1936, le sanzioni imposte all’Italia da Gran Bretagna e Francia, insieme alla impossibilità di costruire una Europa dei Popoli (sulle orme dell’Europa delle Patrie sognata da Napoleone), favorirono l’avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler, e da qui comincia un’altra storia. Un’alleanza non particolarmente sentita dal popolo italiano e osteggiata, nel limite del possibile, proprio dalla sinistra fascista.

Nel 1943, quando ormai tutto stava crollando, si assistette al fuggi-fuggi dei tanti personaggi, legati alla destra del partito, desiderosi di affidare il loro destino ai “liberatori anglo-americani”.

Furono i contestatori della sinistra fascista ad aderire in massa alla neonata repubblica sociale, rimanendo fedeli a Benito Mussolini. Si badi bene che la maggior parte di essi era rimasta praticamente estranea alla storia del ventennio.

La loro idea di un movimento socialista-nazionale e di una Europa dei Popoli non permetteva di condividere i progetti politici degli opportunisti di turno che circondavano Mussolini. Per questo molti di essi vennero addirittura “confinati” (vedi Curzio Malaparte). Nel momento in cui tutto stava precipitando, però, non ebbero il minimo dubbio da quale parte stare: fino alla fine accanto a chi combatteva contro i nemici dell’Europa.

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