(di Giovanni-Luigi Manco)

Libertà e uguaglianza sono un binomio indissolubile, l’una non può essere senza l’altra, la libertà non può essere in un contesto nel quale disparità economiche lasciano di fatto i mezzi di comunicazione a una ristretta élite di plutocrati, dove la democrazia diventa la più perfida delle menzogne. Chi ha voce ha invariabilmente dalla sua parte la ragione, gli altri, gli “uditori” possono solo subire, lasciarsi plasmare dai tam-tam mediatici, consentire al plagio delle coscienze, finire come le scimmie a battere le mani a comando. La libertà o è di tutti o è il suo opposto, oppressione. L’illibertà di alcuni contraddice la libertà di altri per la semplice ragione che l’uomo è umanità, è nel più profondo della coscienza, gli altri, tutti, e la condizione degli altri è pure la sua. La menzogna dell’individualismo è anche la menzogna della libertà, della democrazia a sua misura..
“Voi fate scendere la Democrazia nell’angusta scena delle tendenze individuali, dandole come mezzo i diritti individuali, come fine una mera teoria della libertà” e in questo modo della democrazia “distruggete l’organicità del suo pensiero, i suoi istinti eminentemente sociali, i suoi desideri di educazione generale” (Mazzini, People’s Journal, 1840)
“Per realizzare una società basata sull’essere, tutti i suoi membri dovrebbero partecipare attivamente al suo funzionamento economico, quali liberi cittadini. In altre parole il nostro affrancamento dalla modalità esistenziale dell’avere è possibile solo a patto che si attui la piena partecipazione democratica a livello industriale come politico. (…) E’ essenziale che i prestatori d’opera rappresentino se stessi anziché essere rappresentati dai funzionari sindacali estranei all’azienda. E lo stesso principio vale per la democrazia politica.” (E. Fromm, Avere o essere, Milano 1977)
L’uomo ha bisogno di autonomia, di spazi di libertà entro i quali lui solo deve essere il signore e non altri. Una società sana è il risultato di una libera unione, di libere associazioni nelle quali ognuno decide ed opera nell’ambito della sfera di autonomia, funzioni e competenze personali.
La rigida divisione tra politica ed economia non è che il prodotto artificiale, ancorché storicamente spiegabile, della degradazione del proletariato al livello dei frati zoccolanti nel conventualismo autoritario predicato dalla borghesia.
Il nodo da sciogliere è quello del dominio, di superare le contraddizioni e porre ogni comunità, centro di interessi in condizione di rapportarsi agli altri anziché ad escluderli.
La comunità omogenea di interessi è il supporto ineludibile per fondare un nuovo ordine nel quale l’uomo si unisce ad altri uomini e non ubbidisce che a se stesso.
L’unione di capitale e lavoro nelle stesse mani è per Mazzini postulato imprescindibile nel processo universale di liberazione. Nessuno dovrebbe essere più di un altro.
Solo impegnando funzionalmente il lavoro a conseguire la più larga autonomia economica si può riuscire a inceppare il processo cumulativo del capitale e uscire dal tunnel dell’usura e dello sfruttamento internazionale.
L’immiserimento dei tre quarti dell’umanità potrà cessare “quando ogni uomo sarà produttore e consumatore – quando i frutti del lavoro, invece di ripartirsi tra quelle serie d’intermediari che, cominciando dal capitalista e scendendo sino al venditore a minuto, accresce sovente del cinquanta per cento il prezzo del prodotto, rimarranno interi al lavoro – le cagioni permanenti di miseria spariranno per voi.” (Mazzini, Dei doveri dell’uomo)

Un governo a misura dell’individualismo è per un verso la negazione dell’uomo, della sua natura sociale, per un altro verso la legittimazione dello Stato quale alterità, apparato poliziesco volto ad “assicurare a ogni individuo l’esercizio dei suoi diritti contro ogni atto di violenza dei suoi vicini, niente di più” (Mazzini, idem)
Emmanuel Mounier – che attraverso Pascal, Kierkegaard e l’antidealismo di Marx, perviene all’ umanesimo comunista – affida alla “persona socializzata” la vera libertà, agli antipodi da quella fittizia esaltata dal mercato e dalle istituzioni rappresentative liberali. Adriano Olivetti, fondatore del Movimento di Comunità, sostenuto da un raffinato brain trust, in una lettera del 30 novembre 1944, rifacendosi a Mounier, scrive a Luigi Einaudi di “una corrente di pensiero assai importante nel mondo contemporaneo tendente ad affermare una distinzione tra il concetto di persona e quello di individuo. La persona ha un contenuto di rispetto dell’altrui persona, di concreto senso sociale, una visione della vita che procede da una manifestazione egocentrica ad una eminentemente alterocentrica”
Vale a dire: in un mondo liberato dal regno della necessità lo Stato perde la caratteristica di elemento trascendente, di ente coercitivo che assume il significato di subordinazione della ragione a contenuti assegnati, non avverte più il bisogno di contrapporsi agli individui ed estende via via i propri confini, scendendo dal vertice alla base, immedesimandosi con la realtà sociale.
Lavoratore e società, Stato, divengono sinonimi.
La dimensione statuale si esprime interamente nel movimento della vita civile, processo della soggettività che assicura l’identificazione con il concreto dei rapporti.
L’organizzazione collettiva, basata non sulla lotta tra uomo e uomo per la conquista dei mezzi di sussistenza, o tale da incoraggiare questa lotta, bensì sul principio di cooperazione, sul rafforzamento dei fattori “collettivizzanti”, conduce naturalmente ad un pensare “collettivo”.
“Voi foste schiavi, voi foste servi, voi siete oggi assalariati. V’emancipaste dalla schiavitù, dal servaggio, perché non v’emancipate dal giogo del salario per diventare produttori liberi, padroni della totalità del valore della produzione ch’esce da voi? (…) sareste fra non molto, purché il vogliate, liberi produttori e fratelli nell’associazione.” (Mazzini, Dei doveri dell’uomo)

Fino a ieri il proletariato è stato molto “devoto”, molto più “gregge” che soggettività creativa, ma oggi che le strutture forti del dominio, del regno di necessità, si sono sfaldate: “albeggia in Europa un’epoca nuova la quale, chiudendo l’epoca individuale, vedrà con l’associazione i popoli coscienti di una missione speciale da compiere.” (Mazzini, Revue Rèpublicaine, gennaio 1835)
Il salariato continua a ripetere, sia pure in forme diverse, la condizione degli schiavi e dei servi. Come gli schiavi entra nei rapporti di produzione come “forza elementare” e non anche come “volontà responsabile”. Sostanzialmente la condizione dello schiavo, del servo e del salariato è la stessa.
La schiavitù è stata necessaria nel passato remoto quando il lavoro era spesso talmente pesante e pericoloso che nessuno l’avrebbe svolto volontariamente, la servitù è stata necessaria nelle miserie del feudalesimo per tenere legati con la forza i contadini nei dominii del feudatario, la salarizzazione è stata necessaria finché la crescita economica è rimasta legata alla capacità dell’imprenditore. Ma oggi il regno della necessità è finito: il lavoratore si libera dal padrone, la società si libera dallo Stato quale potere sovraordinato. L’emancipazione dei lavoratori e della società si pone in tal modo, tanto in Mazzini quanto in Kropotkin, quale risultato inevitabile e necessario dell’evoluzione naturale e sociale. Il proletariato spagnolo di Catalogna e Aragona, già dal 1936, ha dato mirabile prova della possibilità autogestionaria.
La rivoluzione spagnola, finché non fu repressa nel sangue dall’esercito repubblicano e dallo stato antifascista controllato dai comunisti, produsse su larga scala beni e servizi al di là di ogni logica statale e gerarchica. Si colletivizzarono le campagne e le fabbriche con migliaia di comuni agricole e operai direttamente responsabili della produzione industriale. Nonostante le difficoltà dell’economia di guerra i successi della produzione autogestionaria sono stati riconosciuti perfino da studiosi avversi all’anarchismo, come il liberale Gerald Brenan. (F. Pani – S. Vaccari, Il Pensiero Anarchico, Demetra ediz, Verona, 1997)
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