Le tecniche di propaganda di ogni parte in causa hanno avvolto di nebbia informativa gli eventi fin qui seguiti al bombardamento israeliano della sede diplomatica iraniana a Damasco.

A quel deliberato attacco, costato il primo aprile a Teheran una dozzina di vite umane per lo più di ufficiali e militari di alto rango, l’Iran ha risposto con 5/6 ore di guerra dimostrativa, nella notte tra il 13 e il 14 aprile, con il lancio di meno di trecento tra droni, razzi e missili indirizzati contro insediamenti militari dell’Idf/Tsahal, le forze armate israeliane che occupano la terra palestinese.

Al termine dell’operazione tutti (e tre…) i principali protagonisti della scena di guerra si sono dichiarati soddisfatti. Il governo della Repubblica Islamica dell’Iran, che ha dichiarato raggiunti gli obiettivi della rappresaglia contro Israele con i raggiunti obiettivi, soprattutto, della base aerea sionista di Nevatim e di un’altra nel Negev, poco distante dall’impianto nucleare di Dimona; il governo dell’entità israeliana che ha affermato di aver neutralizzato il 99 per cento dell’attacco aereo subìto (di certo i droni e i razzi ma non i sofisticati missili Kheybar Shekan); il governo degli Stati Uniti che, per voce dello stesso Biden, si è auto-congratulato per il sostegno offerto dalla US Navy “e dagli alleati” nell’efficace contrasto dell’azione bellica iraniana.

Naturalmente i tre citati attori della crisi militare hanno ricevuto pro-quota dai loro media e dai loro seguaci le congratulazioni e gli elogi per il “buon lavoro fatto”.

Per tratteggiare parzialmente lo stato dei fatti occorre ricordare alcuni atti specifici, strettamente collegati tra loro.

E’ da sei mesi almeno che la situazione nel Vicino Oriente sta gradualmente raggiungendo crinali di guerra totale.

Il cruento attacco di Hamas ai coloni-occupanti sionisti; la presa degli ostaggi; la rappresaglia del governo di guerra abborracciato da un Netanyahu altrimenti destinato a dimissioni forzate e, forse, la galera; la devastazione di città palestinesi della Striscia ridotte a cumuli di rovine; il genocidio – silenziato dai media politicamente corretti del democratico Occidente – di un popolo con l’assassinio di migliaia di bambini nel silenzio complice di un Occidente obnubilato dalle pressioni delle lobbies economico-politiche pro-israeliane; il tentativo occidentale di mettere la sordina sull’andamento (per l’Ovest negativo) dell’altra grande crisi bellica di questi mesi, il conflitto russo-ucraino determinato dal non rispetto atlantico e di Kiev delle intese succedute al crollo dell’URSS e al trattato di Minsk; le provocazioni israeliane contro il Libano e la Siria, obiettivi di attacchi militari mirati, contro Hizbollah, partito di maggioranza libanese, ma presente anche in Siria e in Iraq; la necessità operativa del governo sionista di ottenere più armi e denaro dall’alleato statunitense e, anche di coinvolgere l’anglosfera in un conflitto regionale più ampio; l’irruzione, nell’area della crisi di un altro protagonista, lo Yemen degli Huthi (Houthi) che ha di fatto bloccato la circolazione marittima nel mar Rosso se diretta al porto israeliano di Eilat o comunque se di proprietà di enti o persone legate a Tel Aviv; il dispiegamento di due squadre navali anti-yemenite più o meno nel Golfo di Aden, l’una angloamericana, l’altra, diciamo così, franco-italiana-UE; un inizio di affrancamento e di neutralità da parte delle un tempo più che “affidabili” – per Londra e Washington – monarchie del Golfo; l’emergere di una disturbante – sempre per l’Occidente – neutralità BRICS nell’area; l’attesa di una prevista/esorcizzata terza fase del confronto Israele-Iran, con l’annunciata/ritrattata ritorsione israeliana all’attacco subìto nella notte del 13 aprile…

Questi gli elementi critici  principali.

 Tra essi emerge in particolare il declassamento di visibilità – a favore della crisi mediorientale, spacciata dalle grancasse informative come ondata di antisemitismo contro Israele –  dello stato del conflitto per procura Occidente-Russia sul suolo (e sulla pelle) dell’Ucraina.  Con il corollario dell’immediata mobilitazione, negli USA, dei rappresentanti (parlamentari) repubblicani e democratici pro-sionisti decisi sia a deliberare nuovi flussi di aiuti finanziari e militari a Tel Aviv e sia a far approvare una legge “contro l’antisemitismo”, intesa, in realtà, a reprimere chiunque osi manifestare contro Israele, arabi semiti  compresi.

Quanto accade, tuttavia non è, come appare all’esterno, irrazionale, non è un caso: è invece  il frutto di una ben precisa tattica.

Si vuole, in quell’Ovest del mondo allargato ad Australia e Nuova Zelanda – chiamatelo anglosfera, angloamericano, israeliano, atlantico, burocratico, occidentale: come vi pare…- far distogliere gli occhi e ridurre l’attenzione dei popoli su quanto sta accadendo in quella regione centrale dell’Eurasia definita a suo tempo il “cuore della Terra” da Halford Mackinder, un eclettico imperialista britannico inventore di quel metodo di analisi delle cose del mondo definito geopolitica*.

Lì, tra il Chersoneso Pontico e le steppe intervallate dai kurgan, si sta decidendo, un’altra volta nella storia, il nostro futuro.

E i media, grazie agli schermi costruiti con le crisi regionali, da Taipeh a Pyong-Yang, da Sana’a a Beirut ed oltre fino alla detonazione bellica Tel Aviv-Gaza, con l’annesso conflitto che coinvolge Teheran, possono distrarre la pubblica opinione dalle conseguenze di una sempre più probabile vittoria di Mosca su Kiev e sui suoi protettori USA,UK,UE,NATO..

La possibile, dietro l’angolo, disfatta dell’Occidente, sarebbe destinata a rendere irreversibile non soltanto il crollo del sistema mondiale costruito attorno ad un potere unipolare, ma la stessa caduta della superpotenza d’oltre-Atlantico.

Uno scenario ovviamente ritenuto apocalittico per chi governa il globo, gli uomini e le merci, dai mercati di Chicago, New York, Londra e Hong Kong.  E che, al momento, è bene oscurare,  mettere a lato, nell’archivio degli eventi che accadono, sì, ma che sono di ordinaria amministrazione.

Uno scenario che non può affatto trascurare, alla fine dell’ultimo atto, un colpo di coda nucleare.

Una belva ferita a morte, non più capobranco, è di sicuro pronta a reinterpretare il biblico combattente giudeo contro i filistei (falestin:palestinesi) e il suo  “Muoia Sansone con tutti i filistei”.

Già. New York è da tempo considerata dai suoi protettori la “Nuova Gerusalemme”. La caduta di quel mondo non è minimamente accettabile dai suoi ideatori e piloti. A costo di un’Hiroshima mondiale.

Sono, costoro, feroci e arroganti, ma anche idioti.

Il nostro compito, il compito di chi non si arrende al ruolo di schiavo alienato e “felice”, è di togliere loro, gradualmente, con ogni mezzo, la guida di questa marcia società.

Anche e soprattutto abbracciando le giuste alternative, le giuste antitesi, ai loro desiderata, civili, sociali, militari.

Ad un tratto, senza il loro castello di menzogne e la loro corte di compiacenti lacchè, si ritroveranno nudi come il re di Andersen. E finiranno, loro, nelle segrete, privati della possibilità di di premere qualsiasi pericoloso pulsante di potere.

Ugo Gaudenzi

* Un motto,  “geopolitica” – oggi pronunciato a dismisura e a sproposito dal clan dei neofiti “scienziati politici” e “analisti” (sic) ospiti fissi e a pagamento dei salotti tv di regime – fino ad appena qualche anno fa ignorato dagli “intellettuali impegnati ” delle democrazie liberali. Addirittura “parola vietata” in Germania, dove è tuttora reato citarla perché apologia del nazionalsocialista “Spazio Vitale”. Anche in Francia una quarantina di anni fa il geografo Yves Lacoste ne criminalizzava l’uso perché “sert d’abord à faire la guerre”, con citazioni di Peron, di Guevara e dell’America Latina…

  • A proposito di “heartland, di cuore della terra…: anche per chi scrive è quello il cuore della Terra, con la T maiuscola: è quello  lo snodo principale della diffusione della Civiltà europea, quel mix di etnia e cultura, di terra e popolo… ma questo è un altro discorso che ci porterebbe a osservare l’Orsa Maggiore: un po’ troppo lontano.

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