
La nazionalizzazione “temporanea” dell’italiana Ariston (e della tedesca Bosch) avrebbe scandalizzato il ministro degli Affari Esteri Tajani… che ha chiesto “delucidazioni” a Mosca.
Probabilmente il ministro e vicepresidente del Consiglio sarebbe dunque l’unico cittadino italiano ad ignorare gli atti ostili contro la Russia compiuti dal suo governo.
Ma andiamo per ordine. Tranne, sembra, Tajani, tutti hanno appreso dai media, nei bar e nei salotti d’Italia che il governo di Roma è parte di quel fronte occidentale che si è schierato con l’Ucraina (che dicono –privi del minimo senso di vergogna- sia stata ‘senza motivo aggredita dai russi’ nel febbraio di due anni fa) e contro la Russia. Con roboanti dichiarazioni di rapida vittoria, di ‘solidarietà europea, di imminente ‘pace e democrazia’ atlantica. Con fiumi di denaro e di armamenti.
A fianco, in realtà, di un governo nato da un golpe colorato e sanguinario costruito da Washington, Londra e Soros sulla pelle di una metà della popolazione ucraina di lingua e cultura russa.

Si badi bene: lo stesso concetto di ‘u krajna’ significa “terra di confine”: in questo caso terra alla frontiera di un popolo slavo dominato dai norreni/variaghi Rus’ (IX-XIII secolo: originari principi di Kiev, nella regione centrale, cioè dell’attuale Ucraina. I territori meridionali furono incorporati al khanato tataro dell’Orda d’oro mentre quelli abitati dai malo-russi (piccoli russi, gli ucraina, appunto) e dai bielorussi (russi bianchi) nel granducato di Lituania e quindi nella Rzeczpospolita polacco-lituana.La frammentazione durò fino al XVI secolo. Si giunse al 1547, quando la Moscovia divenne uno zarato – impero – unificando “tutte le Russie” con Ivan il Terribile.
L’ Ucraina è diventata il secondo maggior Stato europeo – dopo la Russia – dopo la donazione russa allo stato ucraino- sovietico, nel XX secolo, di ampi territori già denominati “Nuova Russia” (Novorossjia): dal fiume orientale Donetsk -parallelo al Don- al fiume occidentale Nistro (Dniestr), inclusa naturalmente la città di Odessa (creata da Caterina la Grande).
Ma torniamo ai nostri, di tempi. La scelta del governo russo di nazionalizzare le sussidiarie locali di Ariston e Bosch non “cade dal cielo”: soltanto la più recente risposta di Mosca all’assedio economico/militare (NATO) dell’Occidente alla Russia a colpi di sanzioni e di limitazione dei canali commerciali internazionali (soprattutto energetici: a tutto beneficio degli USA e a carico delle deboli finanze europee).
Alle quali, appunto, la Russia ha risposto con le sue ritorsioni economiche applicate per decreto presidenziale adesso anche alla Bosch, la nota azienda tedesca produttrice di componentistica auto e utensili elettrici, e all’Ariston, l’altrettanto nota azienda italiana che produce macchinari per riscaldamento e elettrodomestici. Ambedue portate sotto la gestione pubblica russa (ma non de iure la proprietà) perché sussidiarie estere di gruppi legati a Stati ostili che sanzionano Mosca e finanziano e armano l’Ucraina.
Ariston e Bosch, in Russia, sono state poste sotto la gestione di Gazprom Household Systems.
L’assalto ai “Paesi ostili”
D’altra parte è la risposta russa – per il momento ben leggera, se si pesa bene… – al sequestro degli assets appartenenti a cittadini e imprese russe, alla Banca centrale del Paese e ai funzionari del Cremlino e del governo nei Paesi intenti a muovere atti di guerra economica contro la Russia
La lista dei “Paesi ostili” – benché priva dei più potenti Stati emergenti (Cina, India, Brasile, Sudafrica,Turchia, Iran, gran parte dei Paesi arabi e il resto dei due terzi del mondo) include oltre cinquanta nazioni. Oltre all’Ucraina, tutti i Ventisette dell’Unione europea, ivi compresa una nazione amica come l’Ungheria, gli Stati Uniti, il Canada e il Regno Unito, ma anche Albania, Norvegia, Islanda, Montenegro e Macedonia del Nord, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Chiudono la “lista ostile” i Paesi della finanza offshore o comunque “paradisi fiscali” hanno aderito alle sanzioni economiche antirusse Bahamas, San Marino, Liechtenstein, Principato di Monaco, Singapore e, soprattutto, Svizzera. Completano la lista Micronesia e Taiwan per la vicinanza a Washington”.
L’obiettivo della manovra ritorsiva di Putin si articola su più livelli: ad un tempo evita il depauperamento delle attivit industriali/occidentali presenti in Russia,garantisce il conglomerato di assets russi all’estero disegnando per gli oligarchi “amici” un riequilibrio futuro dei loro beni congelati all’estero; inoltre avverte Unione Europea e Stati Uniti che le loro manovre di rapina dei beni russi non resteranno impunite.
Si noti bene: all’uscita di Intesa San Paolo dalla Russia, per sottolineare un caso italiano avvenuto senza eccessivo clamore, fa pendant il mantenimento ai limiti delle sanzioni della presenza di Unicredit sul mercato bancario russo, dove continua a penetrare e ad ampliare la sua influenza anche l’austriaca Raiffeisen.
Comunque non è la prima volta che Mosca attua ritorsioni che di certo non giungono inattese. ritorsioni. Banca Intesa, Enel, Ariston di Fabriano e gruppo Bosch tedesco hanno seguito il destino di diverse altre sussidiarie russe di imprese occidentali alle quali era già stato imposto il passaggio sotto l’egida russa: la francese Danone e la danese Carlsberg nei settori degli alimenti e delle bevande; la transalpina Renault ha alienato le sue fabbriche d’auto; esattamente un anno fa, nella notte tra il 26 e il 27 aprile 2023; nazionalizzate anche le filiali russe di Uniper, importantegestore import-export del gas tedesco, e del gruppo energetico finlandese Fortum.
In Italia, sempre più impoverita dal gioco incrociato di sanzioni e contro sanzioni intraeuropee (perché, ricordiamolo bene, la Russia E’ Europa…), intanto, attendiamo fiduciosi che al vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani siano dati “immediati chiarimenti” su quanto accaduto… da parte dell’ambasciata russa.
Sarà poi interessante osservare come il ministro riuscirà a mantenere la sua promessa/dichiarazione su essere “pronto a tutelare le aziende italiane” da una Russia che, quest’anno è – dopo essere diventata la quarta economia del mondo – anche capofila del “cartello industriale-economico-commerciale” dei BRICS.
Ah, già, dimenticavo. Non dobbiamo temere. Siamo una colonia. Ci protegge l’ombrello atlantico.
U.G.
A volte c’è veramente
un giudice a (est di) Berlino.
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