Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria” contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, cioè il cosiddetto “massacro di Racak”, fu una spudorata messinscena.

L’inviato del Figaro, Renaud Girard, che fu tra i primi a denunciare il massacro, soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “raggirato dall’Uck” al pari di tanti altri giornalisti.

Succesivamente, anche Le Monde e Liberation smascherarono l’inganno. Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi.

Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”.
L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage.

L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra.

In Occidente è stata condotta un’attiva campagna mediatica sull’affare Racak, presentando la parte serba come colpevole di aver ucciso dei civili, al fine di creare un’atmosfera pubblica di sostegno alla progettata aggressione contro la Jugoslavia.

Il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton raccontò ai giornalisti di “bambini e donne falciati dopo essere stati costretti a strisciare nella polvere”.

Il principale sostenitore dell’aggressione contro la Serbia, il Segretario di Stato americano durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, Madeleine Albright, continuò a dire alla stampa che “a Racak ci fu un massacro in cui decine di persone finirono sgozzate”, anche se i team patologici ufficiali, tra cui la finlandese Helen Ranta, che esaminò i corpi trovati a Racak, e non escluse che si fosse trattato di una messa in scena, una tesi, del resto, avvalorata da un’inchiesta giornalistica condotta dalla Berliner Zeitung, avessero smentito questa affermazione.

Quando le conferenze di pace fallirono all’inizio di marzo 1999, la missione OSCE lasciò il Kosovo, segno che un attacco della NATO era imminente. Il 22 marzo, molti media stranieri confermarono che un’operazione militare era imminente.

Il giorno successivo, il 23 marzo, l’inviato americano nei Balcani, Richard Holbrooke, si recò a sorpresa a Belgrado per convincere Milosevic ad accettare le proposte di Rambouillet.

I dettagli dell’incontro sono ancora sconosciuti. Holbrooke si limitò ad affermare che Milosevic aveva provocato la guerra con il suo comportamento non collaborativo.

Molti analisti militari ritengono che la visita sia stata una mera formalità e che Holbrooke sia venuto in realtà per informare Milosevic che la decisione era già stata presa.

L’aggressione del 24 marzo 1999 che ne seguì, era stata preparata fin dalla fine del 1998. Si attendeva solo l’ordine di attaccare, che fu dato dal Segretario Generale della NATO Javier Solana.

Il ruolo della Germania nella preparazione dell’aggressione e del bombardamento della Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999 fu rilevante, ne abbiamo testimonianza dal politologo e storico tedesco Matthias Künzel nel suo libro “The Road to War”.

Egli sottolinea che i preparativi per una grande operazione militare, il potenziale uso del potere aereo e il dispiegamento di truppe di terra dell’Alleanza in Kosovo iniziarono già nel giugno 1998.

Inoltre, Künzel sostiene che la Germania aveva insistito per inviare in Kosovo una forza d’attacco piuttosto che una forza difensiva e accusa l’allora ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, di aver nascosto il rapporto finlandese che confutava il “massacro” inscenato a Racak.

Egli ritiene addirittura che se la Germania non avesse impedito la pubblicazione del rapporto, i bombardamenti e la guerra si sarebbero potuti evitare.

Dopo tutto, gli Stati membri della NATO non erano favorevoli alla guerra, fatta eccezione, appunto, della Germania e del Segretario di Stato, Madeleine Albright.

(Nando de Angelis)

Lascia un commento