
Inutile girarci intorno. L’arresto di Pavel Durov, fondatore di Telegram, è l’ennesimo manifesto di un occidente ormai intollerante a chi sfugge alle strette maglie del controllo di stampo sovietico che è andato via via cristallizzandosi nel cosiddetto occidente democratico.
Vladimir Bukowsky, intellettuale dissidente che trascorse ben dodici anni nelle prigioni psichiatriche russe e nei campi di lavoro per avere difeso i diritti umani, ci aveva avvisati anni fa: “Occhio alla UE: i Gulag iniziarono esattamente così”. Le analogie non sono poche, in effetti: poche dozzine di politici non eletti che si rimbalzano cariche e ruoli l’un l’altro, la necessità di dimenticare la propria cultura per aderire a una super cultura trasversale, imposta dall’alto, la necessità di avere una federazione centrale per evitare le guerre, l’imposizione di un modo di pensare unico e l’eliminazione dei dissidenti. Finì male, molto male: il crollo di quell’enorme apparato burocratico portò con sé morte e distruzione.
La morsa ferrea delle alte gerarchie globaliste sul libero scambio di idee reso possibile da internet ha raggiunto ormai livelli insostenibili. Non solo i social sono ormai pattugliati da una psicopolizia che stabilisce cosa sia possibile dire, non dire, per arrivare a definire cosa sia lecito pensare e cosa no, ma chiunque osi dissociarsi dalla bibbia del controllo universale viene ormai perseguitato fisicamente e incarcerato.
Non si può fare a meno di pensare a Juliane Assange, vittima eccellente di un occidente che ormai ha superato a destra le aree del mondo ove si paventa una ferrea cappa di propaganda.
C’è poi Elon Musk, che non è stato ancora arrestato perché è americano, ma cui l’Unione Europea vuole chiudere X, il social network precedentemente noto come Twitter, dove si rifiuta di applicare la censura sistematica cui evidentemente tutti gli altri social network si conformano senza problemi.
Ci siamo noi, in Italia: Byoblu, divenuto una televisione nazionale con milioni di spettatori disponibile sul digitale terrestre, su Sky e sul satellite proprio per sfuggire alla progressiva morsa dei social sull’informazione indipendente di decine di giornalisti liberi, dopo l’oscuramento del canale Youtube con duecento milioni di video visti all’attivo, l’oscuramento della pagina Facebook, l’oscuramento del profilo su Tik Tok senza che nessuno sia mai stato capace di fornire uno straccio di motivazione.
E ora c’è Pavel Durov, colpevole di avere offerto con Telegram una piattaforma libera ove scambiarsi notizie, link, opinioni, pensieri. Una alternativa alla CIA, insomma, e alle sue piattaforme battute a tappeto dall’intelligenza artificiale e gestite nella totale assenza di strutture giuridiche che non siano di facciata, in grado di tutelare i diritti degli utilizzatori. E a nulla vale sostenere che si tratta di piattaforme private ove si può scegliere di non andare, nel momento in cui diventano colossi monopolisti ove transita tutto il traffico mondiale. Sarebbe come dire che siamo liberi perché, anche se non ci è consentito entrare in città, abbiamo tutto il resto del mondo a disposizione. Dov’è finita la mano libera del mercato tanto cara ai neoliberisti che ci facevano così paura qualche anno fa? Ammanettata pure lei.
Parigi, una delle avanguardie europee di questo regime di neototalitarismo tecnodigitale, nota per consentire l’installazione fantasma di app di stato in grado di inviare tutte le conversazioni agli apparati di controllo in tempo reale, altresì nota per avere reso illegale per un medico dissentire dai protocolli sanitari ufficiali, o per avere istituzionalizzato il green pass in occasione delle olimpiadi profane dedicate all’escherichia coli, ha motivato l’arresto di Durov con una scusa che non sta né in cielo né in terra: la sua piattaforma sarebbe usata anche da criminali, e lui non avrebbe fatto nulla per impedirlo.
Si tratta di una degenerazione distopica di uno dei principi base che da sempre ha illuminato il modo di intendere la rete, la quale può essere vista come quel complesso di apparati, protocolli, tecnologie e servizi che consentono l’instradamento e la viabilità dei dati.
Internet si può vedere come una mappa intricata di strade e città interconnesse, dove transitano informazioni, esattamente come nelle vie delle città si muovono persone. Quando un malfattore delinque, a nessuno viene in mente di arrestare chi ha costruito e manutiene le strade che ha utilizzato per compiere il suo misfatto.
Il mezzo, in altre parole, deve essere neutrale rispetto a chi lo utilizza. Se chi gestisce il medium fosse da ritenersi responsabile anche delle informazioni che attraverso di esso si propagano, allora insieme a Durov dovrebbero essere arrestati anche gli amministratori delegati delle industrie di telecomunicazione dove transitano i dati provenienti da Telegram, e la stessa Google, che distribuisce Telegram sul suo App Store, senza limitarne l’utilizzo.
Ovviamente Pavel Durov non è responsabile di chi fa un uso illegale della sua piattaforma, né deve essere suo compito instaurare un tribunale digitale e un corpo di polizia virtuale che pattugli tutti i canali per leggere, parola per parola, tutto quello che viene detto o scritto, non più di quanto sia responsabilità del gestore di un’autostrada controllare e punire chi guida male.
Il vero motivo per cui è stato arrestato risiede nel tentativo di piegarlo alle logiche orwelliane sottostanti ai nuovi simulacri della democrazia, regimi in cui il termine “democratico” viene usato sempre più come una mano di bianco per nascondere le incrostazioni ammuffite dove si annidano i gulag rieducativi al pensiero unico e al politicamente corretto.
Senza dimenticare la ritorsione contro la creazione del TON, la moneta digitale basata su blockchain e parallela al bitcoin che Durov ha da poco lanciato e dove è già transitato un volume di scambi trasparenti per le banche centrali e per le grandi banche d’affari, come ha ricordato Ekaterina Mizulina, capo della Lega russa per l’Internet sicura e membro della Camera civica.
L’arresto di Pavel Durov rappresenta un piede oltre la linea gialla che non andrebbe mai oltrepassata, se si vuole mantenere in sicurezza l’ultimo barlume di libertà di espressione possibile nella rete delle grandi fortezze sociali ormai strumento di controllo e amministrazione pervasiva del potere.
Non fatevi prendere in giro dalle sciochezze secondo cui Durov stesse proteggendo le attività criminali di alcuni utilizzatori della sua App. Telegram da tempo collabora con le forze di polizia per oscurare le attività palesemente illegali. Ma, così come si rifiutò di fornire le chiavi di decrittazione dei messaggi sulla sua piattaforma al governo russo, a suo tempo, e per questo venne oscurato da Mosca, per poi tornare dopo un anno a causa dell’enorme mole di proteste, così pretende di avere un proprio codice etico in merito a quanto si può definire legittimo nell’espressione del libero pensiero, e vada quindi tutelato rispetto alle pressioni dei governi e dei consessi superiori ai governi stessi, e quanto invece sia effettivamente illegale.
Una indipendenza di giudizio che i padroni di internet non possono più tollerare, nell’era delle schiere di fact checker stipendiati da Soros e sdoganati dall’Unione Europea, che sanzionano, oscurano e mettono al rogo, oltre ai post delle testate indipendenti, perfino i commenti individuali dei cittadini che non si uniformano alla loro propaganda.
Ora, con l’arresto fisico di Pavel Durov, siamo entrati in una nuova era: l’era dei desaparecidos sudamericani o, come dice Vladimir Bukowsky, dei Gulag di stampo sovietico. Tutto questo, mentre accusiamo la Russia di essere un regime antidemocratico che incarcera i giornalisti.
La libertà di Pavel Durov dev’essere l’obiettivo di chiunque abbia ancora uno spirito vetero democratico a scorrergli nelle vene. Tutti gli altri si possono accomodare nella sala d’attesa dei tonti che verranno ricordati per avere collaborato con il regime a loro insaputa.
Claudio Messora
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