
Le elezioni in Umbria ed Emilia Romagna confermano quanto da noi già detto per la Liguria. La partecipazione in calo è sintomo di una distanza sempre più marcata tra le istituzioni, i partiti e i cittadini, che percepiscono, anche se in maniera grezza e poco cosciente, la totale alterità d’interessi.
Allo stesso tempo dal “dissenso” non viene nessuna proposta credibile e capace di mobilitare la popolazione. La bassa esposizione mediatica è solo parte del problema, che si compone in realtà anche dell’inutilità di mutuare strumenti organizzativi e propagandistici di un nemico che ha esigenze e risorse ben diverse.
Infatti, soprattutto in Emilia Romagna, queste elezioni parlano poco di “consenso”, e non solo per la bassa affluenza.
A votare il Partito Democratico non sono in gran parte italiani convinti della bontà di questo partito, ma persone che sono interessate alla sua vittoria per motivi utilitaristici.
Dipendenti e direttori di ONG e associazioni, imprenditori agricoli bisognosi di schiavi africani, figure di spicco di comunità straniere intente a barattare voti in cambio di privilegi, dipendenti delle amministrazioni pubbliche inseriti grazie agli amici, membri degli apparati della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI colonizzati dal PD e che grazie a questo possono evitare di dover lavorare…si tratta di una vera e propria clientela il cui supporto al PD esula da qualsiasi pensiero politico, e che, in mutate circostanze e con leggere variazioni (vedasi il Veneto), sarebbe più che pronta a votare centrodestra.
Serve capire che in un contesto coloniale non si deve fare politica cercando di imitare i vari amministratori nominati dal centro imperiale, ma costruendo un potere popolare alternativo. Le elezioni, nonostante la farsa delle istituzioni attuali, possono essere utili, ma sono se viste dalla corretta prospettiva e affrontate con le giuste modalità. Quelle usate dal dissenso dal 2011 a questa parte non sono manifestamente quelle giuste.
Fonte: Contronarrazione (Gruppo di attivisti genovesi)
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