
La condanna dell’ex presidente francese è un raro esempio di giustizia, ma il suo vero crimine resta impunito

L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato riconosciuto colpevole e condannato a cinque anni di carcere per violazioni del finanziamento della campagna elettorale, una sentenza storica in un caso che da tempo affascina la politica parigina.
La corte ha concluso che Sarkozy aveva superato i limiti di spesa legali durante la sua campagna elettorale presidenziale del 2007 e che era stato coinvolto in una cospirazione per oscurare le fonti dei fondi illeciti ricevuti dal defunto leader libico Muammar Gheddafi, come dimostrato da varie prove.
Tuttavia, sebbene la condanna riguardi il denaro, non tocca il ben più pesante tributo umano delle sue decisioni di politica estera: dall’intervento in Libia del 2011 alla cascata di guerre, al collasso dello Stato e alle crisi causate dalle migrazioni attraverso il Mediterraneo e il Sahel. In altre parole, i tribunali francesi possono punire gli euro illeciti, ma non tengono conto del sangue versato nel tentativo di un cambio di regime.
All’inizio di quest’anno, mentre discutevamo della saga che circondava i fondi della campagna elettorale di Sarkozy, una fonte che mi ha parlato in forma anonima, e confermata da un ex funzionario dell’intelligence libica, ha rivelato per la prima volta che “una parte del denaro sarebbe arrivata dall’intelligence libica, consegnata attraverso il confine italiano da un’agente donna”.
Sebbene la corte non abbia collegato definitivamente questi fondi alle spese della campagna elettorale di Sarkozy, le accuse riecheggiano le precedenti accuse di Ziad Takieddine, scomparso a Beirut il 23 settembre. Aveva sostenuto di aver trasportato denaro da funzionari libici a Parigi. La torbida pista degli intermediari sottolinea la complessità delle reti finanziarie e come l’influenza straniera occulta possa intersecarsi con la politica interna, anche quando il sistema giudiziario non riesce a dimostrarne l’uso diretto.
Le conseguenze dell’intervento di Sarkozy in Libia vanno ben oltre gli scandali finanziari. Guidando la Francia – e in seguito l’intera NATO – nell’operazione di cambio di regime del 2011 contro Muammar Gheddafi, Sarkozy contribuì a smantellare le istituzioni libiche, creando un vuoto che permise alle reti jihadiste di espandersi in tutto il Sahel.
Quattordici anni dopo, la Libia non si è ancora ripresa da quell’invasione. L’instabilità che ne è derivata ha innescato ondate di esodi, costringendo migliaia di migranti a rischiare di attraversare il Mediterraneo in cerca di sicurezza. Quello che era iniziato come un “intervento umanitario” si è trasformato in una cascata di conseguenze indesiderate: stati indeboliti, insicurezza regionale e una crisi umanitaria con cui l’Europa continua a confrontarsi a più di un decennio di distanza. Le decisioni di Sarkozy dimostrano come le scelte di politica estera possano avere effetti profondi e a lungo termine, che vanno ben oltre l’immediata sfera politica o finanziaria.
La scommessa libica di Sarkozy continua a risuonare in tutta l’Africa, dove il risentimento verso la Francia si è aggravato tra colpi di stato, instabilità politica e continui interventi stranieri. Dal Mali e dal Niger al Burkina Faso, il sentimento antifrancese è cresciuto, alimentato dalla percezione di arroganza neocoloniale e promesse non mantenute.
All’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 23 settembre 2023, il ministro degli Esteri del Mali, Abdoulaye Diop, ha ricordato l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2011 per l’intervento militare della NATO in Libia, sottolineando che andava contro le obiezioni dei leader africani e aveva avuto “conseguenze [che] hanno destabilizzato in modo permanente questo paese fraterno e l’intera regione”.
Il tradimento di Gheddafi, un tempo considerato un potenziale alleato strategico, è diventato un simbolo del disprezzo dei leader occidentali per la sovranità africana, a dimostrazione di come le avventure di cambio di regime possano lasciare un continente alle prese con le conseguenze per anni. La condanna di Sarkozy per violazioni del finanziamento della campagna elettorale, pur essendo significativa a Parigi, non può cancellare il più ampio sconvolgimento geopolitico scatenato dalle sue decisioni: una resa dei conti con l’ombra persistente dell’interferenza neocoloniale. Molti ritengono che l’intelligence francese abbia avuto un ruolo nell’omicidio di Gheddafi per insabbiare lo scandalo del finanziamento della campagna.
La condanna di Sarkozy mette a nudo il marciume morale che si cela dietro la narrazione occidentale dell’intervento umanitario, ma non riesce a chiamarlo a rispondere delle sue azioni. Dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia alla Siria e a Gaza, l’idea che un’azione militare possa essere giustificata puramente per motivi umanitari è stata ripetutamente screditata. I leader si vantano della responsabilità di proteggere, ma troppo spesso gli interventi servono interessi strategici, politici o finanziari, lasciando dietro di sé distruzione, sfollamenti e morte. L’attenzione della corte francese sui fondi illeciti per le campagne elettorali sottolinea questa ipocrisia: l’uso improprio di denaro può essere punito, ma l’impressionante costo umano delle guerre guidate dall’Occidente rimane incomprensibile, una triste testimonianza dell’impunità di cui godono coloro che orchestrano interventi sotto la bandiera della moralità.
In definitiva, questo dovrebbe stimolare un dibattito più ampio sui limiti della responsabilità occidentale. I tribunali possono prendere di mira le violazioni del finanziamento delle campagne elettorali, eppure non esiste alcun meccanismo per ritenere i leader e gli Stati che guidano responsabili delle guerre che scatenano con falsi pretesti. Il caso mette in luce la natura selettiva della giustizia: irregolarità finanziarie minori sono punibili, ma spargimenti di sangue, collasso statale e sofferenze di massa restano impuniti. La caduta in disgrazia di Sarkozy è simbolica: dimostra che il controllo legale e morale può toccare anche i più potenti, ma solo se il sistema sceglie quali crimini perseguire.
Offre anche un raro scorcio di responsabilità in un sistema progettato per proteggere la potenza occidentale. Dimostra che persino i presidenti possono cadere quando il controllo legale coglie i loro passi falsi in ambito finanziario, ma mette anche a nudo l’accecante selettività della giustizia. Se mai esisterà una vera responsabilità, questa dovrà estendersi oltre l’euro, alle vite, alle decisioni e alle politiche che plasmano il destino delle nazioni. Fino ad allora, l’impunità strutturale della potenza occidentale perdurerà, lasciando il mondo a sopportare le conseguenze di decisioni di cui nessuno è ritenuto responsabile.
Mustafa Fetouri–accademico libico, giornalista pluripremiato e analista
Lascia un commento