
C’è un’immagine che torna alla mente osservando la crisi ucraina in questa fase terminale: quattro giocatori seduti attorno a un tavolo che non c’è. Ognuno con un mazzo diverso, ognuno convinto di avere la mano vincente, ognuno incapace di ammettere che la partita non si può giocare con quelle regole. Gli Stati Uniti, la Russia, l’Europa e l’Ucraina.
Quattro attori incompatibili, quattro agende inconciliabili, quattro retoriche che si sovrappongono senza mai toccarsi davvero. E mentre l’inverno avanza, con le sue ombre elettriche e i suoi blackout, l’illusione della “pace proposta dall’Occidente” si sbriciola come ghiaccio sottile.
Gli USA sembrano, per la prima volta da anni, più pragmatici che ideologici. Non parlano più di vittoria totale, di collasso russo, di marcia su Sebastopoli. Il loro piano è un inedito compromesso: cessate il fuoco lungo le linee attuali, neutralità dell’Ucraina, limiti militari, riconoscimento implicito della nuova geografia del conflitto.
Il punto è proprio questo: sono credibili?
Il mondo ha visto gli USA: cambiare linea ogni due anni, fare promesse che poi dissolvono, sostenere governi per poi lasciarli soli, imporre l’ordine e poi dichiararlo obsoleto.
Come possono garantire una pace “duratura” se le condizioni che hanno provocato la guerra, espansione NATO, pressione sui confini russi, demonizzazione sistematica di Mosca, restano esattamente le stesse?
Serve un garante. Ma oggi nessuno, né a Mosca né altrove, ritiene che Washington possa esserlo.
Gli USA vogliono chiudere la crisi, non risolverla. E questo, in geopolitica, fa tutta la differenza del mondo.
L’Ucraina è un Paese in frantumi politici e sotto assedio interno.
Se c’è un luogo dove il piano americano è irricevibile, è Kiev. Non per ragioni diplomatiche, ma per ragioni interne. L’Ucraina del 2025 non è unita. È attraversata da fratture profonde:una leadership politica in crisi di legittimità; tensioni crescenti tra Zelensky e i comandanti militari; oligarchi riemersi come se la guerra fosse solo un rumore di fondo; scandali di corruzione ormai impossibili da nascondere.
A tutto questo si aggiunge un attore che l’Occidente finge di non vedere:
i nazionalisti e i gruppi paramilitari radicali e neonazisti per i quali qualsiasi concessione territoriale, qualsiasi neutralità, qualsiasi limite alle operazioni militari equivale a un tradimento. Sono loro, spesso, a condizionare davvero la politica interna.
Non per diritto democratico, ma per peso reale. In un Paese fragile, dove l’ordine istituzionale è stremato dalla guerra, sono proprio queste frange a rendere impossibile accettare il piano occidentale.
L’Europa si muove tra disperazione geopolitica e la fantasia del “bottino russo”.
Se c’è un attore che oscilla tra sogno e delirio, è l’Europa.
Da un lato l’UE è disperata: crisi industriale, energia cara, eserciti insufficienti, dipendenza da Washington, schizofrenia strategica.
Dall’altro lato, continua a coltivare un’illusione infantile: che la Russia crollerà, che i suoi territori verranno “aperti”, che le sue risorse diventeranno un gigantesco Eldorado europeo.
Una fantasia geopolitica degna del XIX secolo, riproposta in un’epoca in cui l’Europa non riesce nemmeno a garantire la propria sicurezza informatica. L’UE si comporta come il personaggio di un romanzo di Svevo: incerta, afasica, timorosa, aggrappata a una narrazione mentre la realtà le scorre accanto come un fiume in piena.
E soprattutto: non ammette ancora di non avere nessun ruolo strategico reale in questa guerra. Partecipa, paga, dichiara, commenta. Ma non decide.
La Russia l’unico attore che non riscrive il copione ogni trimestre.
Mentre in Occidente si rincorrono interpretazioni, correzioni di linea e oscillazioni strategiche, la Russia ha una posizione linearissima: neutralità dell’Ucraina, sicurezza ai confini, fine dell’espansione NATO, riconoscimento del nuovo assetto territoriale, nessuna tregua che non risolva davvero il problema.
Questa coerenza non è arroganza: è strategia di lungo periodo. La Russia non ha bisogno di muoversi freneticamente. Ha già dimostrato di resistere alle sanzioni, di riorientare l’economia, di non dipendere dalle oscillazioni degli Stati Uniti.
Eppure, paradossalmente: è proprio questa calma russa ad allarmare l’Occidente, abituato a misurare il mondo sulla base della propria instabilità.
Mosca, invece, non chiede chissà cosa: chiede ciò che chiede dal 2014. E la ripetizione, in geopolitica, è un messaggio. Chi ripete non improvvisa. Chi non improvvisa, vince sul tempo.
La pace sembra impossibile, non per mancanza di volontà, ma per incompatibilità strutturale
Il problema centrale non è il piano USA. Non è la Russia. Non è nemmeno Zelensky o Bruxelles. Il problema è la matematica geopolitica: Gli USA vogliono una uscita ordinata, L’Europa vuole una vittoria impossibile, L’Ucraina non può accettare nessuna pace che sembri una resa, La Russia non accetterà nessuna pace che non garantisca sicurezza permanente.
Quattro agende che non si incrociano. Quattro direzioni opposte. Metterle allo stesso tavolo è un esercizio di diplomazia immaginaria, come un trattato di pace scritto da Kafka.
L’Occidente collettivo, nel frattempo, continua a non vedere la realtà: non ha più la forza per sostenere una guerra di attrito, non ha un’uscita politica elegante, non vuole ammettere di aver sbagliato strategia, non riesce a immaginare un mondo in cui la Russia sopravvive.
Eppure quel mondo esiste già.
La pace per essere tale è una pace che necessita di verità, non di bozze diplomatiche.
La domanda che domina la scena è questa: come può l’Occidente garantire la pace, se le condizioni che hanno generato la guerra restano tutte aperte?
È come voler spegnere un incendio lasciando ancora accesi i bracieri principali. La pace non arriverà per volontà degli Stati Uniti. Né per resilienza ucraina. Né per la retorica europea.
Né per concessioni estemporanee. La pace arriverà solo quando l’Occidente riconoscerà la realtà: che i suoi obiettivi non coincidono più con il mondo che ha davanti.
E in quel momento, inevitabile, anche se nessuno vuole ammetterlo, l’unico attore in grado di fornire una stabilità concreta sarà proprio quello che l’Occidente ha passato anni a demonizzare: la Russia.
Perché nella guerra come nella geopolitica, non vince chi grida di più. Vince chi resta in piedi.
Mario Pietri – Mondo Multipolare
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