NAZA, UNA RIFLESSIONE

Sul film NAZA* il consenso emotivo, di popolo, è stato ed è totale.

Tuttavia, a prescindere dal naturale senso di sgomento che la narrazione del genocidio dei palestinesi, ancora in corso, ha suscitato – o, in alcuni sparuti casi, avrebbe dovuto suscitare – in ogni essere umano, è su chi ha prodotto questo tragico documento che nutro una riserva, una perplessità.

Per esprimere questa riserva, sono costretto a scrivere in prima persona anche e soprattutto per ricordare a chi pretende, di questi tempi, ignorare delle verità, direi, storiche.

Intendiamoci: il sommovimento generale per la fine dell’olocausto in atto in Palestina, è cosa giusta, buona e benvenuta.

Ma le prese di posizione «pro-Pal» di uomini e donne che hanno abbracciato o accettato o convissuto con un’ideologia predatrice e stragista per decadi o per tutta la loro vita, e che neppure rinnegano il loro essere sionisti (o pseudo-tali, e cioè «sayanim»: loro collaboratori) e che ora celano questi trascorsi sotto bandiere arcobaleno o simili, in passeggiate di massa «per la pace», con interviste, dichiarazioni suadenti o roboanti,ecco queste prese di posizioni, tutte, sono veleno, sono da rigettare al mittente, sono immondizia.

Certo, ogni ravvedimento, anche dell’ultima ora, è destinato a contare. Ma occorre sempre secernere il grano dal loglio.

Al tempo della Guerra detta dall’entità israeliana «dei Sei Giorni», nel 1967, sono stato uno tra i pochi italiani a portare la mia solidarietà ai popoli aggrediti, offrendo, in particolare all’Egitto, la mia personale disponibilità a sostenerli in qualunque modo. Tra gli altri presenti in Ambasciata, anche Franco Papitto, già presidente del Fuan Caravella romano e poi – in parallelo il mio stesso percorso – aderente all’UDNR, Nuova Repubblica, Movimento studentesco di Giurisprudenza e quindi di area socialista.

Poco dopo, appena cessato il rumore delle armi nel Vicino Oriente, un sodale che non conoscevo, Roger Coudroiy, ingegnere belga di Jeune Europe – movimento costituito in tutta Europa da Jean Thiriart (al suo scioglimento, la frazione italiana aderì a all’Organizzazione Lotta di Popolo) – moriva nei territori appena occupati dalle forze israeliane. Aveva voluto partecipare alla prima azione fedaiyn di al Assifah, l’allora braccio armato di al Fatah. E’ stato il primo Caduto Europeo contro l’entità usurpatrice.

Altri mesi dopo, fondai, assieme ai miei compagni di lotta del Movimento Studentesco Operaio d’Avanguardia (MSOd’A) il primo «Comitato di solidarietà con il popolo palestinese», insediandolo negli uffici di un palazzetto settecentesco a Roma, messo a nostra disposizione da un rappresente diplomatico egiziano.

Il Comitato di Roma era coevo alla simile iniziativa padovana di Giorgio Freda.
Con il Comitato organizzammo, in pieno Movimento Studentesco, una ‘Due Giorni’ di assemblee alla Casa dello Studente con l’esposizione di fotografie, manifesti e filmini sulla questione palestinese.

Replicammo con un’assemblea nell’Aula Magna della Sapienza. Manifestazione inutile, inquinata da interventi in generale pacifinti e due, addirittura, pro-sionisti.

Fu in quell’occasione che divenne nostro sodale Wail Zwaiter, portavoce palestinese, poi assassinato nel 1973 dal Mossad mentre rientrava nella sua abitazione (era presente nell’infame ‘lista di Golda’, l’elenco dei nemici degli israeliani da eliminare).

Sempre nel ’68/’69, con Zwaiter (seppure palestinese con passaporto iracheno era addetto stampa libico) contattavamo i rari amici della Palestina, in generale socialisti. Con il PCI nulla da fare: la presenza di Terracini frenava ogni dialogo (solo a titolo personale avevo comunque un rapporto con un esponente comunista di Cosenza, poi diventato senatore).

Tra l’altro proprio con lui, nella notte del controgolpe a Tripoli, fra il 1 e il 2 settembre, battezzai con il nome -mal udito nelle trasmissioni alla radio dell’ambasciata libica- di «Gheddafi» colui che era il colonnello Muammar al Qhatafi…). Quella notte Lottadipopolo riempì infatti Roma con scritte: «Viva il 1 settembre», «Viva Gheddafi»

Con Zwaiter – che con ventimila lire volle assolutamente ‘finanziare’ il nostro «Bollettino dal mondo arabo» edito fino al ‘74 da Lottadipopolo di Napoli, frequentammo anche, nella Casa della Cultura, Lelio Basso e un suo neonato (1970) ‘collettivo’ pro-palestinese che, benché inquinato dai vari Luzzatto e Della Seta, era comunque un alleato… leggero.

Della tragedia palestinese sono stato anche testimone fisico, perché corrispondente ANSA per il Vicino Oriente e inviato/collaboratore di molti quotidiani italiani, sia di destra che di sinistra (categorie ormai intercambiabili, sono tutti lib-dem), e testimone indiretto, quale direttore (1998/2013/fino ad oggi) dell’unico giornale esplicitamente di “sinistra nazionale”, Rinascita.

Testimone delle convulsioni indotte in Iran, della caduta dello Scià, Testimone dell’aggressione e dell’occupazione israeliana del Libano, dell’assedio di Beirut condotto da Ariel Sharon (con una Oriana Fallaci in preda al terrore, ‘irritata’ (sic) per la morte di civili palestinesi e ‘consolata’ dallo stesso Sharon, mentore delle stragi di Sabra e Shatyla. Inviato per il caso Achille Lauro/Sigonella. Vicino alla Jamahiria libica, vicino all’Iran di Ahmadinejad, vicino ai combattenti per la libertà in ogni angolo del mondo.

In breve. La mia vita è stata scandita nei decenni e senza soluzione di continuità – quale partecipe di Primula, Movimento Studentesco di Giurisprudenza, Msod’A, Lottadipopolo, Cipre/Dimensione Europea, Rinascita, Evropa Nacija e quale testimone, inviato e direttore di quotidiani – da una battaglia di memoria, di analisi, di reportages e di azioni politiche sempre schierato a fianco di un popolo, il popolo palestinese, predato della sua terra dal sionismo israeliano e internazionale. Una battaglia per l’autodeterminazione dei popoli, di tutti i popoli, il nostro compreso, che devono tutti rompere le catene della schiavitù agli atlantici, il cartello della finanza angloamericana partecipato da Ue e Israele che fomenta la destabilizzazione nel mondo, esplicitamente oggi in Ucraina o nel Mali, in Venezuela o nello Yemen, implicitamente ovunque.

Arrivo al punto.

Non posso unirmi al coro di elogio agli autori israeliani del film/documentario. E non certo perché non toccato dalle tragiche vicende descritte.

Gli israeliani – è un assioma – sono sionisti. Gli israeliani che rimangono tali anche se ‘pro-Pal’, per me sono alleati più che tiepidi, molto leggeri… un soffio di controvento e diventano nemici.

Già dal titolo, infatti, la verità viene coartata in un letto di pacifinto umanitarismo. Non viene denunciata cioè la vera catastrofe, l’origine attuale del (nuovo) continuo genocidio: la Nabka, e cioè l’esistenza stessa del cosiddetto ‘Stato di Israele’, fondato su quella ‘industria dell’olocausto’ denunciata a suo tempo dall’altro (ex) israeliano, Norman Finkelstein o da Israel Shamir.

Già Abu Ammar (Arafat, che ho conosciuto) aveva, dall’altro lato della barricata, opportunisticamente, con lo slogan ‘due popoli due stati’ abdicato alla vera alternativa già coltivata da Shukairy, il presidente spodestato dell’ANP, da Abu Mussa (conosciuto) e, soprattutto dal FPLP (Georges Habash, che ho conosciuto e apprezzato): un solo Stato, la Palestina, laico e anche pluriconfessionale.

Una tragedia irrisolta fin dalle origini non può essere oggetto di semplici testimonianze. 

Va tagliata alle radici.

Ugo Gaudenzi***

  • NAZA è una sorta di acronimo utilizzato dai servizi segreti israeliani per indicare il numero di civili che verranno uccisi in un attacco aereo. Deriva dalle parole Nezek e Agavi, letteralmente “danno collaterale”. Naturalmente gli autori del docufilm lo hanno utilizzato anche per l’assonanza con il cosiddetto «Male Assoluto»…

**Anche il Manifesto pubblicò un mio reportage antisionista. E il direttore, Pintor, era del Mossad e molti degli altri dei…sayanim.

***Studioso universitario di Storia, conoscitore già alle origini, sei decadi fa, del pensiero dei vari Bardèche, Duprat, Rassinier, Solgenitsin e poi di tanti, tanti, altri.

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