L’8 ottobre del 1967 Ernesto “Che” Guevara, ormai accerchiato tra le montagne col suo sparuto commando di commilitoni nazionalisti, fu catturato a Quebrada del Yuro.
Il giorno dopo, il 9 ottobre, fu assassinato a La Higuera.
La foto del suo corpo martoriato fu data in pasto al mondo dalla stampa reazionaria d’Occidente: per propagandare l’inutilità di qualsiasi ribellione all’ordine mondiale gestito da Washington.
Ma la sua immagine, l ‘immagine di un uomo che aveva dato la sua vita per la liberazione dei popoli oppressi in tutto il mondo, divenne invece l’icona di ogni anelito umano alla Libertà.

Lo stesso Juan Domingo Peron ne lodò subito la sua vita rivoluzionaria e il suo lascito eterno ricordando che era “morto uno di noi, il migliore”.
E come scrivemmo anche noi, nel nostro piccolo, sui manifesti già allora: Che Guevara, il suo ideale, ‘rivive(va) in tutti noi’.
Il Che, il Ribelle, affrontò la morte con la stessa dignità, con lo stesso senso del dovere e del sacrificio mostrati in vita.
Il Che fu catturato, torturato e giustiziato ma non è stato sconfitto.
Ovunque le sue idee si sono inverate nella lotta dei popoli.
Il suo grido, “Patria o muerte” risuona ancora ovunque una nazione oppressa si batta per riconquistare la sua sovranità e la giustizia sociale.

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