La «Lista degli Studenti», guidata dal cardiologo Iljia Srdanović, un’alleanza composta dai leader della protesta studentesca ‘anti-corruzione’ che per oltre due anni ha bloccato università e scuole del grande Paese balcanico, ha infatti vinto la sfida lanciata alla coalizione governativa «Serbia Unita» – definita ‘populista’ – del presidente uscente, Alksandar Vučić. E’ stato lo stesso Vučić a dichiarare la sconfitta, appena un’ora e mezza dopo la chiusura delle urne (alle 20), proprio mentre la Commissione elettorale ancora dichiarava un iniziale notevole vantaggio della coalizione governativa.
L’ex presidente, candidatosi a premier e sostituito nel mandato da Ana Brnabić fino alle elezioni presidenziali di fine dicembre, ha promesso che quella del suo partito sarà un’opposizione seria e ha rivendicato i successi nella modernizzazione del Paese ottenuti nel corso di questi ultimi 14 anni nei quali è stato sia premier che Capo dello Stato.
Secondo le ultime proiezioni la «Studentsksa Lista» di Srdanović otterrebbe circa 138 (52%) seggi nel nuovo Parlamento di 250 membri contro i 104 (39%) della lista sconfitta. Nessun partito minore è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 3 per cento. Del nuovo Parlamento comunque faranno parte i deputati eletti dalle minoranze etniche.
Con la maggioranza assoluta acquisita la formazione di un governo resieduto dal vincente Srdanović è scontata.
La protesta studentesca – definita da Vucic «un’iniziativa di potenze antiserbe, costruita con incentivi da agenti di Croazia e Montenegro» – è nata nel 2024 sull’onda dello sdegno per le cause – corruttive – di una tragedia che ha colpito, nel 2024, Novi Sad, la seconda città serba: il crollo di una pensilina appena costruita nella locale stazione che provocò la morte di 16 passaggeri.
C’è anche da osservare che la ‘Studentsksa Lista’ non è… una lista di studenti, se non pro-forma. Già per le stesse candidature il movimento ha ‘aperto le porte’ ai più disparati rappresentanti della media borghesia serba, in particolare al mondo degli intellettuali
(professori, sociologhi, artisti) e degli ‘espat’, la diaspora serba che è forte soprattutto nell’ Europa centrale, dove ha raggiunto posizioni economiche di prestigio. Ma questa stessa composizione sociale è anche foriera di possibili divisioni. Tra pseudo-europeisti (tali a volte per pura convenienza di residenza acquisita e di potere economico) e pseudo neutralisti (né Washington né Mosca), tra sinceri nazionalisti e filo-mondialisti…
In realtà sul gioco elettorale – elezioni anticipate (con un sistema proporzionale generalmente metodo malvisto dalle liberaldemocrazie atlantiche…) decise da Vučić. come risposta alle ricorrenti richieste di dimissioni del suo governo diventate la bandiera della protesta giovanile – ha influito, e pesantemente, la situazione geopolitica internazionale.
La Serbia, infatti, per le sue posizioni non allineate all’Occidente (rifiuto di riconoscere la predazione albanese e NATO del suo territorio ancestrale, il Kosovo, rifiuto di applicare sanzioni contro la Russia per la guerra all’Ucraina in difesa dei territori di madrelingua russa donati a Kiev durante l’URSS dall’ucraino Krusciov, rifiuto di omologare la sua sovranità e la sua identità al melting-pot atlantista, equilibrio governativo tra un’alleanza con il mondo multipolare dei BRICS), è ritenuta da Bruxelles, Londra e Washington «inaffidabile». Peraltro i recenti funerali di massa e di Stato del generale Mladic, il comandante dell’esercito dei Serbi di Bosnia imprigionato all’Aia perché definito «criminale di guerra» ma ritenuto dai Serbi un eroe, sono stati la classica goccia che è servita all’UE per lanciare nuove minacce-avvertimento a Belgrado.
Si badi bene: lo stesso Vučić, pur avendo definito la rivolta studentesca in atto un «tentativo di rivoluzione colorata», non è tuttavia un saldo alleato del fronte multipolare: il suo piede in due staffe (negoziati per l’adesione all’UE, trattato per la sicurezza reciproca con Mosca e porte aperte alla Cina) era stato criticato esplicitamente anche da Vladimir Putin.
E comunque i suoi metodi di potere non sono stati privi di peccato: nonostante i buoni risultati economici raggiunti per ricostruire una nazione assediata – e bombardata – dalle cosiddette «democrazie» occidentali, è generale la denuncia di malversazioni della sua elite governativa.
Ma, si sa, la lotta alla corruzione – come ha insegnato in Italia l’offensiva Mani Pulite – è da lunga data un cavallo di battaglia atlantico, servito come metodo di ‘pulizia’ di governi non omologati ai desiderati della grande finanza di Wall Street e della City: così è stato dal Giappone al Perù, dalla Spagna al Belgio. E, non a caso, tra le opposizioni in moto per far cadere il regime «populista» di Vučić, appena dopo la simile, per molti versi, sconfitta di Orban in Ungheria, c’era anche una «Transparency» locale…

La Redazione

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