Un mito moderno rappresenta l’antico barbaro come prototipo della virilità guerriera, al contrario del romano, più civilizzato e quasi decadente. Hollywood ha alimentato que mito, ispirandosi indirettamente a Rousseau. Sappiamo invece che agli occhi del romano il barbaro era visto come un effeminato. Basta leggere Tacito, Seneca e Giovenale. Notano che porta brache colorate e strette, che si pettina i capelli lunghi con burro rancido e spesso si fa i boccoli. Parlano di collane d’oro e bracciali. Riguardo al comportamento, descrivono urla in battaglia e pianti per i morti, tratteggiando un tipo emotivo e incontrollato. Oggi userebbero il termine fragile e instabile.
Il romano apparteneva a un mondo radicalmente diverso. Indossava la toga bianca, semplice, corta e sobria, non portava gioielli. Aveva i capelli corti, la barba rasata e le gambe scoperte. Il comportamento imponeva di non urlare e di combattere in silenzio. Conteneva sia il pianto sia il riso sguaiato. Riteneva effeminatezza ogni eccesso emotivo. Tutto ciò che caratterizzava il comportamento barbarico era visto come eccessivo.
Il nobile romano sapeva stare in toga di lana a 35 gradi ad agosto nel Foro, impassibile. Seneca prende in giro quelli che entrano in Senato sudati.
Le brache barbariche erano ritenute poco virili perché coprivano il corpo e facevano sudare, a differenza della tunica. Il barbaro, agli occhi dei romani, sudava sempre, perché portava pelli, brache, beveva birra si muoveva in modo scomposto e urlava. Era un corpo fuori controllo. Per un romano, sudare in pubblico voleva dire confessare che non si sapeva comandare nemmeno il proprio corpo.
Per lo stoicismo, filosofia dei nobili, il virile è colui che domina la natura, compreso il proprio corpo. Se col caldo si suda, il caldo ha vinto. Se col freddo si trema, il freddo ha vinto. Il vero nobile aveva imparato a non mostrare il disagio.
Per il romano il corpo era una fortezza. Se il nemico vedeva paura, caldo, gioia o dolore, aveva trovato una breccia.
Tacito lo nota descrivendo i Germani, quasi scandalizzato: piangono i morti urlando, ridono ubriachi a tavola fino a rotolarsi, si vantano delle ferite mostrandole in modo infantile a tutti.
Per il barbaro, al contrario, il corpo esterna. Se soffre urla, così tutti sanno che ha sofferto e gli devono rispetto. Se è felice canta e balla, così la tribù partecipa. Se è arrabbiato spacca qualcosa, così nessuno dubita. La ferita non si nasconde, si mostra, si tocca, si fa baciare dalla propria donna per curarla, gesto primitivo che è rimasto nei bambini.
Non è mancanza di controllo, è un’altra idea di virilità: rendere la sensazione visibile e condivisibile. È cultura dell’onore, non cultura della legge. Nell’onore occorre mostrare sempre, perché non c’è un tribunale che registra, ci sono solo gli occhi degli altri.
Da qui nasce la leggenda moderna del barbaro che ride forte, piange forte, ama forte. Ci sembra più vera, più umana, perché siamo stanchi di contenere tutto. Ma era recitazione anche quella. Erano due teatri opposti. Uno recitava la parte di chi non sente niente, l’altro di chi vive ogni emozione. La seconda non è più vera, somiglia solo di più alla cultura poccidentale moderna e per questo ci sembra più vera. Roma era invece più vicina alla cultura che oggi troviamo in Oriente. In Cina, Giappone e Corea esiste l’idea della maschera che si deve tenere composta. Se la perdi perché arrossisci, piangi o urli di gioia, non hai perso solo tu, hai messo in imbarazzo tutti intorno.
Questa differenza viene ribaltata a partire dall’età moderna, con Rousseau e poi con il Romanticismo. Fu una reazione degli intellettuali non al mondo romano in sé, ma alla civiltà cittadina del loro tempo, fatta di parrucche, cipria e burocrati. Elaborarono il personaggio del buon selvaggio.
Il burocrate decadente di città viene identificato come prototipo del romano antico. Il barbaro, in contrapposizione, diventa il nordico puro, naturale, dei boschi, muscoloso, con barba e pelliccia, virile e sincero. Wagner gli mette le corna sugli elmi, anche se non sono mai esistite. Poi Hollywood farà il resto: Conan, Vichinghi, Braveheart contrapposto al romano vizioso.
In pratica è stato ribaltato tutto. Il romano si vedeva come l’uomo duro, asciutto e virile contro il barbaro molle e colorato. Oggi vediamo il barbaro come l’uomo duro e naturale contro il romano molle e decadente. Non c’è stata variazione graduale, ma capovolgimento.
È il concetto stesso di virilità che è mutato. A Roma significava controllo estremo, nel mondo moderno significa istintività naturale.
Il legionario, per esempio, trovava effeminati i pantaloni che chiamava brache. Non rinunciava alla tunica corta nonostante esponesse le gambe al freddo e ai rovi. Vegezio, nel manuale militare del IV secolo, scrive che si riconosceva un veterano dalle gambe prima che dalla faccia. Marcia di 30 chilometri al giorno con 30 chili sulle spalle, corsa con armatura completa, salto di fossi con gambe legate. Aveva due gambe come colonne. Erano orgogliosi di mostrarle nude⁰00⁰o se, abbronzate, piene di cicatrici.
Era l’opposto della gamba barbara, perennemente nascosta da brache di lana, pallida, mai vista, con polpaccio poco sviluppato, depilata o unta di burro per far scivolare la stoffa. Giovenale prende in giro i giovani romani effeminati perché si depilano le gambe: hai le gambe lisce come un Gallo con le brache. La gamba romana doveva essere ruvida. Per un romano della Repubblica coprirsi troppo denotava poca virilità. Chi si protegge ha paura.
La virtus romana non è forza muscolare. È saper stare a petto nudo sotto la pioggia, marciare con gambe nude nella neve di un passo alpino, mostrare le cicatrici. I Galli e i Persiani, per i romani l’opposto del virile, curatissimi, profumati, con pantaloni colorati, portavano armature più coprenti e decorate.
La storia si ribalta quando Roma diventa impero mondiale e i soldati veri sono Galli, Germani e Pannoni, tutti con brache e pancere pesanti. Allora il romano in tunica con gambe nude sembra poco pratico.
In tempi moderni c’è un passaggio decisivo. Montesquieu nel 1749 scrive che la libertà europea nasce nelle foreste germaniche, non a Roma. I barbari portano l’assemblea degli uomini liberi, il voto, il parlamento. Roma porta dittatura e tasse. Nasce l’idea del barbaro come uomo libero. Rousseau nel 1755, nel Discorso sull’origine della disuguaglianza, scrive che l’uomo naturale è buono, forte, virile. La civiltà lo rende debole, effeminato, romano. Il barbaro diventa modello morale.
Nel 1800 il Romanticismo tedesco e inglese, con i fratelli Grimm, Walter Scott e Wagner, ha bisogno di antenati non romani. Inventa il barbaro biondo, alto, leale, della foresta, con spada e donna pura. Prima del 1749 nessuno diceva che belli i barbari, voglio essere come loro. Dopo diventa moda dilagante. Nasce lì la leggenda usata ancora dal cinema del barbaro virile contro il romano decadente. Non è storia romana, è propaganda illuminista.
Durante la Rivoluzione francese era accaduto il contrario. David aveva dipinto Il giuramento degli Orazi e Robespierre si faceva chiamare l’Incorruttibile come Catone. Ci si tagliava i capelli alla Bruto, si mettevano fasci littori ovunque. Il modello era Bruto che uccise Cesare. Il barbaro non serviva, aveva i re. Il romano aveva la Repubblica.
Quando la Rivoluzione fallisce e arriva Napoleone vestito da Imperatore Romano, chi odia la Francia dice: noi non siamo romani. I tedeschi rivendicano la germanicità, gli inglesi l’eredità sassone, i nordici i Vichinghi. Esplode il mito del barbaro biondo, virile, libero. È anti-francese e anti-romano insieme.
Il barbaro virile di oggi non è della Rivoluzione, è della reazione alla Rivoluzione. È del Congresso di Vienna. Lì diventa cultura ufficiale.
I re tornano sul trono dopo Napoleone e devono giustificare perché comandano loro e non la Rivoluzione. Non possono dire siamo romani, perché romano vuol dire Repubblica, Senato, legge uguale per tutti. È il vocabolario di Robespierre. Allora rispolverano il vocabolario barbaro.
La Restaurazione sostiene che la nobiltà non viene da Roma, ma da Franchi, Goti, Longobardi, conquistatori che hanno portato spada, terra e fedeltà. Il popolo viene da Gallo-Romani, servi che lavoravano la terra per Roma. Quindi è naturale che comandiamo noi, per diritto di conquista barbaro. In Francia è la Tesi di Boulainvilliers, in Germania germanismo, in Inghilterra mito anglosassone.
Da allora l’immagine del barbaro, da ladro sporco, diventa nobile, cavaliere, antenato puro. La sua virilità non è più bestialità, ma lealtà, sangue, onore feudale. Brache, barba e spada lunga diventano insegne aristocratiche.
È la Restaurazione che paga pittori, opere e storici per dipingere barbari come eroi biondi. Se il barbaro è eroe, il re che discende dal barbaro è legittimo. Napoleone cade da imperatore romano. I re che tornano si fanno dipingere in mantello da capo barbaro.
Il personaggio del barbaro virile del cinema è nato lì, nelle sale del Congresso di Vienna, per dire che la Rivoluzione romana aveva torto. Il paradosso è che lo stoicismo, cuore dell’ideale romano, è stato da molti autori riciclato come virtù nordica, attribuendo ai barbari proprio quella capacità di contenere il corpo che i romani rimproveravano loro di non avere.

Francesco Petrone

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